Motivazioni per il NO di Askavusa alla carta di Lampedusa.

Dopo il 3 e l’11 ottobre Lampedusa è stata, per l’ennesima volta, al centro di una forte attenzione mediatica. I fatti di quei giorni restano ancora poco chiari, mentre le conseguenze di quei tragici eventi sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono guardare veramente e soprattutto di chi vive nell’isola: militarizzazione e controllo militare del Mar Mediterraneo. Tantissime vittime si vanno a sommare ai troppi morti a cui in questi anni il mare ha fatto da bara: vittime delle politiche imperialiste e capitaliste, con USA e UE in prima fila.

Le cause per cui centinaia di migliaia di persone vanno via dal proprio paese, non sono mai approfondite e pochissimi parlano delle ragioni storiche, economiche e politiche che generano le migrazioni contemporanee, cosi come noi le conosciamo. Ricordiamo lo schiavismo e il colonialismo, con la loro giustificazione scientifica e culturale: il razzismo. Non necessariamente il razzismo “ignorante” dei leghisti o quello “aggressivo” dei fascisti: ma quello dei fini pensatori come Voltaire, il quale ipotizzava, tra le altre cose, che la “razza negra” discendesse dall’accoppiamento tra uomini e scimmie. La lista dei pensatori e degli uomini di cultura che sostenevano la superiorità della razza bianca è lungo. Per anni il razzismo fu la teoria scientifica dominante che giustificò e sostenne il colonialismo. Giusto per dare degli spunti di riflessione ricordiamo, a titolo di esempio, i 10 milioni di congolesi uccisi dai belgi in soli 23 anni di occupazione: un esempio di come per le vittime del colonialismo occidentale non vi siano retoriche o celebrazioni di “genocidi”.

Ancora oggi 14 paesi africani sono costretti a pagare, alla Francia, una tassa per la decolonizzazione. Si capisce bene, allora, perchè nel marzo del 2008 l’ex presidente francese Jacques Chirac disse: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che: «Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel XXI secolo». Si capisce perchè, dunque, negli ultimi 50 anni su un totale di 67 colpi di stato che si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di questi hanno interessato ex colonie francesi: il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa “francofona”.

 

Dopo la farsa della decolonizzazione si è continuato, con le politiche imperialiste, a destabilizzare culturalmente, militarmente ed economicamente grandi aree del pianeta. L’industria delle armi è diventata potentissima in tutto il mondo e condiziona, insieme ad altre lobby, le politiche dei governi. Cosi la risposta all’emmigrazione, dovuta a tutte queste possenti ingerenze neocoloniali, è nuovamente la guerra. O meglio si giustifica la militarizzazione del Mediterraneo attraverso la retorica che supporta le leggi sul “controllo” dell’immigrazione “irregolare”. Per controllare la percentuale più bassa dell’immigrazione cosidetta “irregolare”, cioè quella che arriva dal mare, sulla scia della forte emozione provocata da due naufragi e mediaticamente alimentata, si approva in Europa l’agenzia militare Eurosur e si potenzia l’altra agenzia militare pan europeaFrontex. Si stanziano una marea di soldi, (si stima circa duecentomila euro al giorno) a favore della missione Mare Nostrum, per la gioia degli apparati militari e dei produttori di armi e di sistemi di controllo. Tutto questo mentre in Sicilia si costruisce il MUOS e viene potenziata la base militare di Sigonella, strategica per l’uso dei droni.

 

Va sottolineato che da Lampedusa passa una bassissima percentuale di persone che entra in Italia in maniera “irregolare”, la maggior parte proveniente dall’Africa. Un’altra percentuale, maggiore risapetto a quella di Lampedusa, ma sempre molto bassa, è data dalle persone che entrano in Italia via terra. La maggior parte delle persone che risiedono sul territorio italiano senza “regolari” documenti è arrivata con un regolare visto per lavoro o per turismo. Questi, una volta finito il tempo di permanenza previsto, rimangono in Italia da “irregolari”, nella speranza di trovare un lavoro. Cosa che nel tempo è diventata un lontano miraggio, grazie alle politiche di deindustrializzazione che l’oligarchia europea ha imposto al sud Europa, grazie alla globalizzazione, alla corruzione della classe politica italiana e ad altri fattori.

 

Dopo il 3 ottobre siamo stati chiamati a partecipare alla scrittura della Carta di Lampedusa, la cosa non ci ha entusiasmato, ma abbiamo ritenuto importante partecipare e incontrare le tante persone arrivate da molte parti d’Europa per confrontarsi. Abbiamo ritenuto di non sottoscrivere la carta per diversi motivi. Molte cose che la Carta afferma sono condivisibili, altre meno. Ma non è solo il contenuto, quanto le modalità.

  1. Come tanti eventi che usano il nome di Lampedusa anche questo non nasce da una esigenza degli isolani e non è l’espressione del pensiero degli isolani.

  2. A firmare questa carta ci sono realtà tra di loro molto diverse e da alcune di queste sempre di più noi vogliamo dissociarci e non avviare alcun processo politico di condivisione. In particolare, alcune associazioni firmatarie della carta ricevono finanziamenti da fondazioni che riteniamo nemiche, una su tutte l’Open Society di Soros che ha contribuito a destabilizzare l’est Europa e a promuovere il capitalismo attraverso la retorica dei diritti umani e della democrazia.

  3. Riteniamo assolutamente incompatibili con la nostra visione politica le posizioni sulla Siria, sulla Libia, sull’Ucraina che molti firmatari della carta hanno. Riteniamo questi, come altri stati in passato, vittime di aggressioni da parte degli USA e dell’UE. Inoltre mal sopportiamo la demonizzazione dei legittimi governi in carica di queste nazioni, specialmente a fronte di una situazione italiana, che tutto può dirsi tranne che democratica.

  4. Non aspiriamo ad un modello universale di società, tanto meno ci poniamo il problema di come governare le migrazioni e l’accoglienza. Riteniamo che ogni comunità debba trovare le proprie soluzioni in maniera autonoma e a seconda della situazione in cui si trova, anche attraverso la solidarietà e l’aiuto di chi ne condivide i modi e le azioni decise.

  5. La nostra prospettiva di organizzazione comunitaria è comunista ed anarchica, rifiutiamo tutte le autorità esistenti in Europa, in quanto espressione di una sudditanza politica, militare ed economica nei confronti degli Stati Uniti d’America ed in quanto espressione del predominio di una classe ristrettissima di oligarchi. In generale siamo contro ogni forma di autorità.

  6. L’Europa ed il mondo si sviluppano grazie al predominio delle classi dominanti sulle classi sfruttate. Noi vogliamo promuovere la coscienza di questa verità che è impressa nella storia e che determina il presente. Crediamo che la realtà si possa modificare solo attraverso la presa di coscienza di questo dato politico.

  7. Restiamo molto critici e perplessi verso certe retoriche che, sia pure con varie e diversificate connotazioni, esaltano sempre di più concetti quali il meticciato, il multietnico, il multiculturalismo: non facciamo salti di gioia e non ci esaltiamo, specie se si guarda a come determinati concetti vengano assunti come veri e propri cavalli di battaglia dai discorsi mainstream del ceto politico e oligarchico dominante. Crediamo che si possa e si debba coesistere nelle diversità, ma crediamo altresì che l’Europa e gli Stati Uniti portino avanti una politica di omologazione che nasconde, dietro alla retorica politically correct, intenti di assorbimento economico delle società e di produzione di nuove subalternità più funzionali alle esigenze del capitale finanziario globalizzato. Molto spesso la “sinistra” europea è stata protagonista di questa propaganda. Dai di tempi del senatore Fullbright, (non a caso oggi esiste una commissione, intitolata a suo nome, che si occupa di cooperazione culturale tra USA e UE) e del conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, è stata promossa un Europa multiculturale e meticcia, attraverso cui si cancellano le storie e le culture delle comunità, in favore delle aspirazioni di un “Individuo” spogliato del proprio passato e del proprio posizionamento di classe. Non amiamo il concetto d’identità, inteso come una serie di valori statici, di essenze astoriche e immutabili ma affidiamo a questa parola l’espressione di una serie di conflitti, di valori acquisiti, di valori superati, di confronti, di bisogni, di culture in evoluzione e in lotta. Riteniamo che l’identità sia un processo dinamico che non può essere tradotto in una granitica lista di valori o tradizioni estetiche e culturali ma che al contempo non possa venire assorbito e digerito dall’indistinzione dell’individuo atomizzato dei mercati, soggetto esclusivo di produzione e di consumo.

 

Stati come la Siria in cui da secoli convivono etnie, culture e religioni diverse, vengono demonizzati e attaccati. Il pretesto è sempre quello dei “diritti umani”, dell’intolleranza, della “democrazia” (??), della “libertà”, etc etc…. Mentre invece è ormai chiaro che le banche, il FMI, la Trilaterale, gli Stati Uniti e l’UE cercano il dominio economico su tutto e tutti e attraverso il debito creano masse enormi di schiavi.

 

La schiavitù, il colonialismo e altre forme di sfruttamento esistono da molto tempo, anche tra persone della stessa nazionalità e colore. Ma storicamente assumono connotati volta per volta differenti. È in questi concreti e specifici equilibri storici che dobbiamo collocarci e leggere il nostro tempo. Vecchie e nuove diversità, vecchie e nuove forme di sfruttamento, si mescolano e si sovrappongono in un nuovo equilibrio di contrapposizione di classe. La scomparsa della schiavitù tra bianchi implementò la tratta degli schiavi di colore. E’ stata la borghesia a creare i presupposti culturali, scientifici, legali, per lo sfruttamento di classe. Proprio come oggi che, attraverso la retorica dei diritti umani, si chiede l’intervento della NATO in Siria o lo si è chiesto per la Libia. Ieri avevamo i Diderot e i Voltaire a creare le basi che potessero giustificare le invasioni coloniali, oggi, a proseguire questo (dal loro punto di vista) importantissimo lavoro, abbiamo altri intellettuali, le ONG, le associazioni: tutti legati economicamente ad esponenti della classe dominante come Soros, come le mille fondazioni filantropiche, come gli istituti bancari.

Crediamo che oggi valgano molto di più i «No». Invitiamo tutti coloro che hanno partecipato alla scrittura della Carta a non prendere finanziamenti da banche, fondazioni come quella di Soros, istituti culturali filoimperialisti e a mettere in luce le contraddizioni di chi invece si nutre di tali finanziamenti. Sono proprio loro che creano le condizioni culturali, economiche e sociali che permettono ai govenri di attuare politiche di sfruttamento delle classi più deboli: uno dei risultati di queste politiche sono proprio le migrazioni così come le conosciamo. Cominciamo ad essere chiari con le posizioni e i fatti. Ecco perché noi non firmiamo la carta di Lampedusa.

 

Per ulteriori chiarimenti potete scrivere a questa mail askavusa@gmail.com

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