PortoM

 

Attraverso una sua fondazione Benetton aveva mostrato interesse per il nostro percorso con gli oggetti, ma avevamo rifiutato la loro collaborazione,  poco tempo dopo, su Lampedusa, si sono attivati diversi fotografi di Fabbrica che fa capo sempre a Benetton. Hanno cominciato a fare diversi progetti su Lampedusa fotografando anche gli oggetti che noi abbiamo recuperato da anni.

Dinamiche molto complesse a Lampedusa per cui centinaia di giornalisti, attivisti, artisti e chi più ne ha più ne metta si riversano sull’isola e tutti passano da noi, e tutti hanno un progetto. E’ difficile a volte capire a chi fanno capo e gestire la situazione in modo corretto, molto spesso si commettono errori.

Le persone in alcuni casi, si ritrovano in certi meccanismi, anche in buona fede, per questo non abbiamo rancore nei confronti dei fotografi di Fabbrica, con alcuni siamo anche diventati amici. Il nostro “fare” è profondamente politico, anticapitalista e antimperialista. Siamo comunisti anarchici. Spesso ci siamo sentiti usati e inglobbati dal sistema, nostro malgrado e dobbiamo ammettere che questo ci capita ancora.

Ma ora studiamo anche come creare guasti. Ultimamente sono usciti un paio di servizi con i nostri oggetti per Fabbrica, con dinamiche che non stiamo qui a spiegare, abbiamo chiesto un link a questa pagina e da questa pagina vi chiediamo di

BOICOTTARE  BENETTON per le sue politiche di sfruttamento dei lavoratori e dei territori.

Inoltre pubblichiamo uno scritto indirizzato ad una dirigente di una fondazione di Benetton che doveva essere la risposta al NO per la collaborazione con una delle loro fondazioni, poi il No divento molto secco e asciutto. Oggi pubblichiamo lo scritto per l’occasione e di seguito una sintesi della nostra storia con gli oggetti dei migranti:

Buona lettura

Gentile……..

grazie per il Suo interessamento e per la Sua comunicazione. In merito alla possibile “proposta progettuale comune”, proposta di cui La ringraziamo, crediamo che non ci siano le premesse affinché una tale collaborazione possa svilupparsi.

Il progetto del Museo(Oggi PORTOM) è ancora in itinere e, consapevoli della sua ambiziosità, cerchiamo di definirlo giorno per giorno. Quella che cerchiamo però di tener ferma è l’autonomia che un tale percorso dovrà immancabilmente avere: autonomia finanziaria ed economica (cosa di certo non facile specie in tempi del genere) ma soprattutto autonomia politica. Consideriamo il fenomeno migratorio come qualcosa che va inserita nel più ampio scenario dell’economia capitalistica globalizzata. Rifiutiamo le concezioni pietistiche e umanitariste con cui troppo spesso i fenomeni migratori vengono rappresentati: rappresentazioni che costituiscono, con il loro effetto di dissimulazione emotiva, uno degli strumenti con cui le politiche migratorie degli ultimi anni sono state, nei fatti, portate avanti.

Si diceva dell’autonomia politica: autonomia politica significa non solo poter sostenere una posizione quale quella appena esposta, ma anche poter decidere con chi, conseguentemente, costruire percorsi comuni e condivisi. Non riteniamo, con tutto il rispetto, che la fondazione che Lei rappresenta possa dunque divenire un partner per il nostro percorso. Il legame con il Gruppo Benetton già da solo basterebbe a giustificare il nostro rifiuto. Si tratta infatti di una grande multinazionale dell’abbigliamento, grande proprietaria terriera in Argentina, a danno delle popolazioni Mapuche, coinvolta negli strutturali processi di esternalizzazione della produzione laddove il lavoro vivo è più docile e a basso costo. Le stragi come quelle di Dacca, in Bangladesh, sono solo le più evidenti manifestazioni, le più appariscenti e mediaticamente circolanti escrescenze, di uno sfruttamento e di una distruzione quotidiani, costanti, che giorno per giorno i grandi attori del capitalismo mondiale, come Benetton per l’appunto, perpetuano. Le grandi migrazioni di cui Lampedusa è teatro involontario e di cui il Museo vorrebbe essere testimonianza, si originano proprio dall’operato dei tanti Benetton che operano nel mondo. La stessa idea di “responsabilità sociale dell’impresa” riteniamo che sia una, senza dubbio fine ma ipocrita, politica culturale del capitale contemporaneo; con questa politica culturale, con il suo appeal gestito da adeguate strategie di marketing, si provano a legittimare le politiche di perdita di sovranità degli stati e il sempre maggiore ruolo egemonico dei gruppi privati multinazionali nella governance di intere società.

Le migrazioni massicce contemporanee riteniamo che siano innescate da cause quali il neo-colonialismo e l’imperialismo con le sue politiche belliche dissennate. Dunque, a partire dal definirsi degli equilibri di potere dominanti, grandi masse umane, private della possibilità di autodeterminarsi, sono costrette a diventare parte di un ingranaggio di marginalizzazione; divengono il nuovo esercito di manodopera di riserva, sfruttata, clandestina e ricattabile, funzionale alla deregolamentazione turboliberista del mondo del lavoro che, siamo certi, difficilmente troverebbe in Benetton Group o nella Fondazione Unhate dei possibili oppositori. Nuove subalternità migranti, allora, che si accostano a quelle più “classiche” o “stanziali” e che definiscono la nuova galassia dell’esclusione sociale globale del XXI secolo. I migranti insieme con i precari disoccupati, con i pescatori di Lampedusa senza più pesce per lo sfruttamento intensivo dei mari, insieme con i Mapuche in Argentina in lotta per le loro terre, senza dimenticare i lavoratori sfruttati dalle multinazionali che esternalizzano.  Secondo noi i migranti che passano da Lampedusa e che poi si avviano al loro sfruttamento in Europa, hanno più in comune con i Mapuche privati delle loro terre o con i lavoratori del Bangladesh, di quanto  possano avere con le fondazioni del capitalismo più o meno filantropico, con la sue reti di think tank  e di comunità epistemiche.
Per concludere, un’ultima precisazione che forse può essere utile a meglio chiarire la nostra posizione, ovviamente nel pieno e sacrosanto rispetto reciproco dei rispettivi percorsi. Tra gli obiettivi della Fondazione, oltre che nel suo stesso nome, compare il rifiuto dell’odio. Meritoria e difficilmente criticabile aspirazione, beninteso. Ma Le possiamo assicurare che in un bilancio di tanti anni di tragica e criminale “gestione” migratoria, difficilmente sarebbe possibile imputare alcune delle responsabilità politiche più evidenti a qualsivoglia sentimento di odio. Siamo infatti di fronte ad un dispositivo politico-economico lucido e pianificato, che una volta avviato gode di una inerzia e di una cogenza tali da rendere del tutto ininfluenti le convinzioni o le emozioni di quanti entrano a farvi parte. Solo un’alternativa politica può spezzare quell’inerzia, non certo un sentimento.

Il mondo potrebbe anche trabocccare d’amore, ma in presenza di dispositivi quali quelli che generano, gestiscono e capitalizzano le migrazioni, nulla verrebbe a modificarsi.

Del resto la rappresentazione main stream tracima di buoni sentimenti, di amore, di umanitaristico sdegno e  di commozione riguardo a quegli stessi migranti che, se non muoiono salvandosi così dalla macina dei buoni sentimenti post mortem, devono solo finire nel tritacarne oggettivo dello sfruttamento. Intendiamo dire che il rifiuto dell’odio, le professioni di amore e di umanitario imperativo morale, costituiscono già ora uno degli assi portanti del “discorso” e della rappresentazione dominanti del fenomeno. Assi che definiscono qualcosa di non molto diverso dal “fardello dell’uomo bianco” di kiplinghiana memoria.
Insomma sulle reali sorgenti delle attuali forme di “gestione” delle migrazioni, l’odio e la discriminazione c’entrano tanto quanto possono entrarci
nei dispositivi di sfruttamento della manodopera esternalizzata di una multinazionale come Benetton o come tante altre. Cioè praticamente nulla.
Ringraziandola per il Suo interessamento e per la cortese proposta La salutiamo cordialmente

Una breve storia del percorso di Askavusa con gli oggetti dei migranti e il racconto di alcuni momenti che hanno segnato la vita del collettivo

di Giacomo Sferlazzo

Nel 2005 ho trovato per la prima volta degli oggetti appartenuti a persone passate da Lampedusa. In particolare ricordo un testo in arabo e dei pezzi di legno di barca con cui realizzai la mia prima opera con oggetti appartenuti a uomini e donne in fuga da guerre, carestie e destabilizzazioni politiche, l’opera si chiama: Verso Lampedusa.

 Verso Lampedusa

 Giacomo Sferlazzo. Verso Lampedusa 2005.

Venire in contatto con quelle cose, fu per me l’apertura ad un nuovo alfabeto, un linguaggio muto e senza regole. Esperienza che avevo già vissuto, ma mai con questa potenza e con cosi tante implicazioni, ebbi l’impressione di avere a che fare con qualcosa di molto grande, come se mi fossi messo a tirare dei fili con cui erano collegate migliaia e migliaia di persone. Dopo quella esperienza non trovai più altri oggetti e neanche li cercai, fino al 2009.

In quell’anno insieme ad altri amici fondammo l’associazione Askavusa e grazie ad alcuni incontri in particolare quello con Chiara Sasso, cominciammo ad aprirci all’esterno e organizzare manifestazioni come il Lampedusainfestival, c’era il bisogno di comunicare quello che stava accadendo sull’isola: la decisione di Maroni di realizzare un CIE a Lampedusa aveva provocato una reazione forte da parte degli isolani che per mesi protestarono con manifestazioni e scioperi, l’isola era completamente militarizzata e gli isolani portati all’esasperazione, anche per le scelte di un’amministrazione locale che aveva come vicesindaco una esponente della Lega Nord la senatrice Angela Maraventano.

Grazie alla partecipazione di tanti lampedusani la realizzazione del CIE a Lampedusa fu impedita, venne utilizzato per qualche tempo la ex stazione Loran oltre al centro di Imbriacola, senza riuscire però a realizzare il progetto di fare di Lampedusa un campo profughi a cielo aperto. Tante ombre restano su quei mesi, come sempre lo stato giocò al dividi e impera, militarizzando l’isola aveva anche creato un indotto facendo lavorare alberghi, ristoranti e bar e creando spaccature con chi continuava ad opporsi alle scelte del governo e chi cominciava a ritirarsi perché “assorbito dal lavoro” o spaventato da minacce da parte di figure che si muovevano nell’ombra, altri si erano venduti. La maggior parte dei lampedusani non voleva un CIE sull’isola, molti per ragioni assolutamente lontane dalle nostre.

Noi protestavamo: contro i centri di detenzione,  in generale. Contro il reato di clandestinità, contro i respingimenti e molto spesso avevamo contrasti con altri lampedusani che invece protestavano contro la realizzazione di un CIE a Lampedusa, perche rovinava l’immagine dell’isola, che da tempo si era incamminata sulla via del turismo, ma ad esempio erano per i respingimenti o a favore dei centri per migranti,  in altre zone d’Italia.

In diversi momenti abbiamo subito minacce, perche non mettevamo in contrapposizione i nostri bisogni con quelli dei migranti, ma eravamo coscienti che le ragioni per cui scappavano dal loro paese e le ragioni per cui erano trattati come criminali erano le stesse per cui noi vivevamo enormi disagi quotidiani, non si poteva manifestare per il nostro diritto ad avere un collegamento vero con la terraferma, che non fosse gestito in maniera mafiosa, come lo era e lo è con la Nave della compagnia Siremar e non collegare il diritto a muoversi liberamente di tanti uomini e donne, non si può manifestare per il diritto a non avere militarizzato il posto in cui si vive, senza ricordarsi delle continue guerre imperialiste del blocco NATO o di altre potenze imperialiste.

Per noi la radice del male erano e sono le stesse: Il sistema capitalista, l’adorazione del denaro, l’imperialismo, la tirannia delle banche e della finanza.

E’ vero anche che ognuno si porta il male dentro e molti dei conflitti pubblici sono la derivazione di conflitti individuali e interiori.

Alcuni giorni furono molto importanti perche per la prima volta dopo anni i lampedusani e i migranti venivano in contatto diretto. Il 23 e il 24 gennaio del 2009 più di mille persone che erano rinchiuse nel centro di via Imbriacola uscivano per manifestare.

Ascolta: Passpartù 39. L’isola dei turchi invisibili. Amisnet.

http://amisnet.org/agenzia/2009/07/17/passpartu-39-lisola-dei-turchi-invisibili/

In particolare il 24 gennaio un corteo arrivò in Piazza della Libertà al grido di Libertà, nessuno di loro sapeva come si chiamasse quella piazza e stranamente quel giorno non c’erano forze dell’ordine in giro, tutti avevamo avuto la sensazione che i prigionieri fossero stati fatti uscire di proposito nella speranza di uno scontro con i lampedusani. Invece successe qualcosa di inaspettato, il grido libertà diventò un unico coro e i lampedusani abbracciarono chi usciva dal centro per rivendicare la dignità e il diritto di potersi muovere liberamente, la possibilità di richiedere asilo politico in Europa, la rivendicazione di potere restare nella propria terra senza essere bombardati o sfruttati. Eravamo insieme nella stessa piazza contro lo stesso potere per le stesse ragioni. Dopo poco riapparvero le forze dell’ordine, che minacciando tutti riuscirono a convincere molti a riportare nel centro i tanti giovani africani. Noi insieme a pochi altri avremmo voluto occupare l’aeroporto insieme a chi viveva nel centro, ma non fummo più convincenti delle forze dell’ordine. Comunque era stata una giornata straordinaria.

Lampedusa. 24/01/2009

Guarda il video : Lampedusa 24/01/2009 di Giacomo Sferlazzo. (Montaggio di Gianfranco Rescica)

La mia passione per la spazzatura, per lo scarto, mi ha portato spesso a frequentare le discariche, quell’anno giravo per quella di via Imbriacola, la stessa zona dove è il centro di “Accoglienza” altra discarica, ma di vite umane. In quello spazio vi erano i rifiuti che poi partivano in nave verso Porto Empedocle, in una zona venivano ammassate le barche usate dalla gente che arrivava a Lampedusa, prevalentemente dall’Africa, c’erano grosse cataste di scafi triturati, sembravano enormi onde di legno, fu in uno di questi mucchi che trovai un pacco accuratamente chiuso con del nastro adesivo. Quando lo apri mi ritrovai in mano foto, lettere, testi sacri.

Guarda il video: 11 ottobre

 

Da bambino giocavo spesso a fare l’esploratore, come capita a molti, immaginavo sempre di scoprire una piramide o un antico tempio, quel giorno ebbi la stessa sensazione di quando giocavo in quel modo. Ne parlai immediatamente a tutti gli altri di Askavusa e in particolare con Annalisa e Gianluca cominciammo ad andare regolarmente in discarica a raccogliere tutto quello che potevamo. Molti ci guardavano con aria stupita, come se fossimo dei pazzi, altri addirittura con disprezzo, pochi capivano, ma noi andavamo avanti. Ogni giorno trovavamo qualcosa che ci lasciava a bocca aperta: foto, diari, lettere, scarpe, utensili da cucina….. Nella discarica si aggiravano fantasmi, energie di ogni tipo, il coro degli ultimi che saliva fino alle viscere cercando corpi con cui prendere parola, bocche con cui gridare, pugni con cui combattere, occhi per piangere, occhi per ridere. Molti cominciavano ad interessarsi a quello che stavamo facendo : fotografi, scrittori, studiosi, giornalisti, registi. Il regista italo/belga Fabrizio Basano realizzò un documentario :”The Last Shore – Fino all’ultima spiaggia” in cui si parla della raccolta degli oggetti e dell’idea del museo e molti giornalisti e studiosi dall’Italia e dall’estero venivano a incontrarci :

Guarda: Il servizio su MTV

http://www.mtvnews.it/storie/la-memoria-sullisola/

Guarda: Servizio fotografico di Andrea Kunkl

http://www.demotix.com/photo/754850/people-search-boat-cemetery-lampedusa-migrant-workers-document

Per più di un anno entravamo ed uscivamo da queste dimensioni dove gli oggetti erano solo il manifestarsi di qualcosa di molto più grande e misterioso. Quell’anno avevamo conosciuto alcuni ragazzi dell’associazione LIMEN del Trentino, con cui si cominciò a parlare dell’ipotesi di realizzare un Museo con gli oggetti che stavamo raccogliendo, nessuno di noi sapeva esattamente cosa significasse realizzare un Museo, i tanti aspetti legati al suo funzionamento e alla gestione, cominciammo cosi a sognare questo museo e con i ragazzi di LIMEN si parlò da subito di ECOMUSEO.

I report dell’associazione LIMEN

http://www.limen.tn.it/uncategorized/2010/03/museo-delle-migrazioni-di-lampedusa-2-2/

http://www.limen.tn.it/identita-immigrazione/2010/03/museo-delle-migrazioni-di-lampedusa-2/

http://www.limen.tn.it/identita-immigrazione/2010/03/museo-delle-migrazioni-di-lampedusa-1/

Pensavamo che Lampedusa potesse essere il luogo da rielaborare, tutta Lampedusa, con le sue tante storie sommerse e in particolare il Santuario della Madonna di Porto Salvo, luogo centrale per l’isola, dove un tempo si trovarono a pregare vicini Cristiani e Musulmani. Da subito, dentro Askavusa ci fu una discussione sulla natura “politica” delle nostre azioni e di come dovevamo relazionarci con le istituzioni e le altre associazioni, noi nascevamo come un circolo ARCI, ma la decisione di staccarci dall’associazione più grande d’Italia, per proseguire autonomamente arrivò dopo qualche tempo, perche volevamo la massima indipendenza e l’assenza di qualsiasi struttura. Le istituzioni le vedevamo ancora come qualcosa da cambiare, qualcosa con cui si potesse dialogare e cosi chiedemmo un incontro con l’allora assessore alla cultura del comune di Lampedusa e Linosa Pietro Busetta, questo tipo di tentativo fu anche provocato dalle discussioni e mediazioni avute con l’associazione LIMEN, con cui dialogavamo e che manteneva una prospettiva di museo istituzionale: fatto con fondi europei, statali o regionali e con il patrocinio di enti ed istituzioni, tra noi c’erano molte perplessità su questo percorso, ma avevamo deciso di provarci. L’assessore Busetta, chiese una descrizione del progetto e inviai uno scritto che tracciava la nostra ipotesi di “Museo”.

Dopo poco tempo , a maggio del 2010 sarebbe venuto a Lampedusa l’assessore regionale all’identità siciliana e alla cultura Gaetano Armao e l’assessore comunale Busetta ci disse che ci avrebbe fatto incontrare l’assessore regionale per parlare con lui del progetto, con una serie di manovre di bassa lega, Busetta riusci a non farci incontrare l’assessore Armao, Busetta ci aveva detto che l’assessore era in spiaggia con la moglie, invece ci ritrovammo Armao, per caso in un bar di via Roma appena arrivato dall’aeroporto dove era andato a prendere la moglie da poco arrivata. Non vado oltre con i particolari, perché credo che questo possa bastare per dare un quadro della situazione. Riuscimmo a parlare con l’assessore Armao, il quale ci disse che sicuramente si sarebbe impegnato per realizzare il progetto insieme a noi. Passarono alcuni mesi nel silenzio totale, nessuna risposta alle nostre mail che chiedevano informazioni, sia all’assessore regionale sia a quello locale. Noi continuavamo ad andare tra le poche barche rimaste alla discarica di via Imbriacola e recuperare il possibile. Nell’estate del 2010 venimmo a conoscenza da alcuni articoli sul web che la regione Sicilia insieme al comune di Lampedusa e Linosa stavano realizzando “Il più grande museo delle migrazioni” nel mediterraneo in gemellaggio con Elis Iland

Leggi: Articolo che annuncia il Museo della memoria di Lampedusa fatto dal comune e dalla regione Sicilia

http://www.nannimagazine.it/articolo/5533/Sara-a-Lampedusa-il-museo-delle-migrazioni

Leggi: Il comunicato di Askavusa. Ladri di idee.

http://lentiggini.wordpress.com/2011/09/30/lampedusa-sbarchi/

Nei comunicati stampa si leggevano dei virgolettati dell’assessore Busetta che riportavano i concetti che erano espressi nel primo scritto che avevo inviato personalmente all’assessore del comune di Lampedusa e Linosa.

Fu un colpo basso che ci fece aprire gli occhi e che in molti di noi risveglio la voglia iniziale di fare da soli.

Il governo Berlusconi stava attuando i respingimenti con accordi bilaterali, in particolare con la Libia e la Tunisia, impiegando fondi statali ed Europei per reprimere e spingere la frontiera ancora più a sud di Lampedusa e militarizzando il mediterraneo e la piccola isola. Il centro di Imbriacola era chiuso e le poche persone che arrivavano venivano fatte dormire per strada, o nel migliore dei casi in qualche appartamento che lo stato affittava da albergatori locali. La popolazione continuava a vivere gli stessi disagi di sempre, proprio come adesso. Era chiara la mancanza di diritti fondamentali : L’istruzione, la sanità etc. e ingiustizie come il carburante più caro d’Europa o le bollette elettriche più care d’Italia. C’è da dire anche che la centrale elettrica gestita dalla SELIS da sempre è stata usata dalla politica locale per impiegare gli amici in cambio di un continuo chiudere gli occhi nei confronti di palesi situazioni di irregolarità, cosi come l’aeroporto, vero luogo di scambio per la politica Lampedusana. Se è vero che il potere centrale ha visto da sempre a Lampedusa un luogo di reclusione e militarizzazione, è anche vero che i poteri locali non hanno mai saputo emanciparsi da alcune sudditanze politiche regionali e nazionali ed hanno praticato lo scambio e la raccomandazione in maniera continuata lasciando che diritti fondamentali fossero barattati per il guadagno di qualcuno.

Il 10 settembre 2010 un incendio, che fu accertato doloso dai vigli del fuoco, mandò in fumo la maggior parte delle barche e i legni della discarica, per noi fu un duro colpo, ma credo che l’incendio fosse legato a quello che stavamo facendo, solo in modo marginale, più che altro si trattava di questioni legate all’appalto per lo smaltimento dei rifiuti. Ricordo che quando andammo a denunciare il fatto alla stazione locale dei carabinieri insieme all’attuale sindaco Giusi Nicolini, fummo quasi scoraggiati a sporgere denuncia, avevamo raccolto anche delle firme che chiedevano di fare luce sull’accaduto e fatto una manifestazione in piazza, l’incendio aveva provocato una enorme nube nera che per qualche giorno aveva reso irrespirabile l’aria, proprio come nell’incendio del centro di Imbriacola del 2009.

Noi continuavamo per la nostra strada ed affittammo uno spazio per avere una sede ed esporre gli oggetti che trovavamo, era la fine del 2010.

A novembre del 2010 una chiamata da parte del museo Galata di Genova ci informava che c’era l’interesse ad avviare una collaborazione con noi per una mostra che doveva tenersi a Genova su Lampedusa, i dettagli non erano chiari, ma presto sarebbero venuti a Lampedusa per incontrarci.

Molti credevano che con i respingimenti la questione delle migrazioni a Lampedusa si fosse chiusa, noi sapevamo che non era cosi, continuavamo a parlarne attraverso il Lampedusainfestival e l’esposizione degli oggetti, a molti lampedusani questo dava fastidio, non si doveva più parlare di quell’argomento specie ora che non arrivava più nessuno.

 

La prima sede di Askavusa intitolata a Peppino Impastato.

La prima sede di Askavusa intitolata a Peppino Impastato.

L'esposizione all'interno della sede di Askavusa. Foto di Agnese Moreni.

Un particolare dell’esposizione all’interno della sede di Askavusa.
Foto di Agnese Moreni.

Guarda: Il video di Libera Espressione. Lampedusa Askavusa e Museo dell’immigrazione.

Guarda: Mario Trave Web Site

http://www.mariotrave.com/projects/civilians/2011/10/16/askavusa-lampedusa/

Guarda: Servizio fotografico di Agnese Moreni

http://cargocollective.com/agnesemoreni/Askavusa-Association

Dopo pochi mesi invece gli sbarchi ripresero più di prima, le cosiddette primavere arabe prima e l’attacco della Nato alla Libia dopo, spinsero migliaia di persone a partire, dalla Tunisia arrivarono migliaia di ragazzi, e per qualche settimana sull’isola vi furono più tunisini che lampedusani, il governo non attuava i trasferimenti in altre zone d’Italia, militarizzando ancora di più l’isola e rendendola di fatto un enorme campo profughi. La tensione era altissima, e molti lampedusani erano esasperati. Tentammo in tutti i modi di non abbassare la guardia, cominciammo a collaborare con la parrocchia, guidata da Don Stefano Nastasi e con i lampedusani che non si facevano scoraggiare e continuavano ad aiutare i tunisini che erano stati abbandonati dallo stato, proprio come noi lampedusani. Eravamo una minoranza, ma organizzata e consapevole, anche se non tutti univano alla solidarietà una critica politica, come cercavamo di fare noi, ma era già un grande risultato e per molte settimane si riuscì a contenere il disastro. Intanto continuavamo a raccogliere tutto quello che trovavamo e l’associazione con la sua esposizione di oggetti era diventata un punto di riferimento per molti dei ragazzi tunisini che erano sull’isola. In quei mesi però le nostre attività si fermarono tutte. L’unica cosa che facevamo era assistenza a chi ne aveva bisogno e controinformazione, visto che i media come al solito raccontavano l’isola da un punto di vista molto diverso da quello degli isolani e ancor di più dal nostro.

Guarda: Il video di Libera Espressione. Lampedusa e accoglienza migranti.

GuardaIo non ho paura di Giacomo Sferlazzo

Dopo le prime settimane di completa solitudine a fronteggiare quello che stava accadendo, arrivarono tutti, come al solito. Tantissime passerelle, tanta retorica, tanto di tutto. Vennero anche tanti amici: ricordiamo le BSA, Radio Aut, la vicinanza della RECOSOL con Chiara Sasso e tanti altri che trovarono nella sede di Askavusa un punto di appoggio. Fuori era passato il messaggio di una Lampedusa accogliente oltre misura, e questo in parte era vero, ma noi sapevamo di tanta gente a Lampedusa che non era assolutamente per l’accoglienza e che dava la colpa ai tunisini di quello che stava accadendo giustificando le scelte del governo. Anche nel 2011 oltre alle perquisizioni delle forze dell’ordine ricevevamo minacce, ma mai in modo diretto. Il 12 febbraio 2011 viene dichiarata l’Emergenza Nord Africa e dopo mesi di assenza totale da parte delle istituzioni a marzo del 2011 arrivò sull’isola Berlusconi, anche in quell’occasione l’amministrazione e una parte della popolazione mostrò la sua vera faccia. Ad accogliere il presidente del consiglio come un salvatore oltre agli esponenti dell’amministrazione c’erano altri politici locali e una parte della popolazione che minacciò con violenza chi era li per protestare contro il governo.

Guarda il video di S Bollicina Berluschiani e Berluschisti

Berlusconi in quell’occasione parlò di Nobel per la pace a Lampedusa, di zona franca, di campi da golf, di scuole e tanto altro, in più annunciò l’acquisto di una villa a Lampedusa. Dopo la venuta di Berlusconi i tunisini furono trasferiti con delle grandi navi verso la terraferma per poi essere rimpatriati. Sarebbe bastato attuare i trasferimenti in maniera continua per non creare quella situazione insostenibile durata mesi, ma era evidente che “l’emergenza” era stata provocata a fini propagandistici, economici e politici. L’emergenza nord Africa, la cui gestione fu data alla protezione civile fece scorrere fiumi di soldi. Arrivarono altri tunisini e tanti africani che vivevano in Libia e che avevano un lavoro ed una casa, scappati dopo l’aggressione della NATO al paese che non voleva piegarsi alle volontà degli Stati Uniti d’America ed ai loro alleati, l’aggressione cominciò in marzo e fini ad ottobre del 2011. I tunisini venivano rimpatriati o fatti scappare dopo essere stati portati in altre zone d’Italia, chi veniva da altre zone dell’Africa come Eritrea o Nigeria, attraverso L’emergenza Nord Africa, veniva stipato in alberghi o case vacanza in tutta Italia con grandi guadagni per chi affittava. Le persone “ospitate” in realtà venivano parcheggiate senza prospettiva e programmi, in queste strutture, quando i fondi per l’emergenza finirono, molti si trovarono per strada senza neanche avere avuto esaminata la domanda di richiesta di asilo politico.

Guarda il video: Libera Espressione sul naufragio del maggio 2011 

Sul 2011 a Lampedusa si scrissero tante cose, tutto il mondo parlò di quello che stava accadendo, tra le tante persone che vennero alla sede di Askavusa ricordo Maria Teresa Tavassi e Paola Ortensi dell’associazione la Lucerna di Roma, che dopo il loro viaggio a Lampedusa scrissero un libro dove si parla anche dell’esperienza di Askavusa con gli oggetti: Lampedusa Porto Salvo. Tutti parlavano di Lampedusa, pochi la ascoltavano, come sempre.

 Ci furono tanti artisti che passarono dall’associazione tra cui Sislej Xhafa che realizzò un’opera con dei vestiti dei migranti che avevamo raccolto e conservato e Riccardo Scibetta fotografo eccezionale con cui nacque una bellissima amicizia.

Vennero anche quelli del museo Galata di Genova che visitarono la nostra sede, parlammo di molte cose e ci chiesero alcune informazioni, erano interessati a due barconi e ci dissero che volevano coinvolgerci in una mostra nel loro museo, noi avevamo detto di si e loro ci avrebbero informati non appena avessero avuto notizie sulle barche, anche perche anche noi eravamo interessati a recuperarle. Avevamo concluso il nostro incontro con la loro proposta di collaborazione, noi non avevamo chiesto mai niente, avevamo solo accettato, anche se aspettavamo in concreto di capire quale era la direzione che il Galata voleva prendere a livello di esposizione e narrazione.

Guarda il video di S Bollicina >> Sulle proteste dei Tunisini ad aprile

 

In estate a Lampedusa cambia tutto, il turismo cambia il volto dell’isola.

Noi avevamo partecipato subito dopo il Lampedusainfestival ad una mostra “Lampemusa” dove io mettevo in esposizione alcuni dei miei lavori fatti con i legni dei barconi, in quel periodo sull’isola c’era anche Gianluca Gatta con cui ci conoscevamo dal 2005, Gianluca è un antropologo che fa parte di AMM (archivio delle memorie migranti) e aveva visitato la mostra e l’esposizione nella sede di Askavusa, era interessato a quello che stavamo facendo e cosi mi fece un’intervista che venne pubblicata su una rivista specializzata.

I tunisini rinchiusi nel centro da molte settimane cominciavano a mostrare molta insofferenza, erano già successi episodi di autolesionismo, scioperi della fame, e rivolte all’interno del centro, avevamo cercato di sollevare il problema, e non solo noi, ma tutti facevano finta di niente e la popolazione era assorta nel lavoro, molti lampedusani dicevano “L’importante è che non si vedano per le strade” ma sapevamo che sarebbe accaduto qualcosa, specie dopo che alcuni tunisini rimpatriati con l’inganno di essere trasferiti avevano chiamato gli altri rimasti del centro per avvertirli.

Leggi l’articolo di Askavusa:Non siamo ciechi” sulla condizione dei tunisini nel centro http://askavusa.blogspot.it/2011/08/non-siamo-ciechi.html

 

C ‘era stato un incendio nel centro di Imbriacola già nel 2009 e per gli stessi motivi, nonostante tutto questo dopo la visita del ministro La Russa il 18 settembre i toni erano rassicuranti sulla situazione all’interno del centro, il ministro raccontava di avere incontrato alcuni tunisini che gli avrebbero comunicato personalmente “Le condizioni di vita all’interno del centro sono buone”

Il 21 settembre 2011 un incendio doloso distruggeva un padiglione del centro e i tunisini evadevano spostandosi verso il paese, le forze dell’ordine li concentravano davanti ad una pompa di benzina, di fronte ad un ristorante con delle bombole di gas fuori nella terrazza. Un gruppo di lampedusani, si era armato di bastoni, e pietre e presidiava la zona insieme alle forze dell’ordine. Un ragazzo tunisino prese una bombola del gas minacciando di farsi saltare vicino alla pompa di benzina, la situazione scappò di mano e le forze dell’ordine insieme al gruppo di lampedusani cominciò a caricare il gruppo di tunisini. Su quello che accadde quel giorno molte cose restano da chiarire. Ricordo che il parroco era in dubbio se fare la processione, il 22 settembre è la festa della Madonna di Porto Salvo di Lampedusa, alcuni devoti erano tra coloro che avevano aggredito i tunisini, ci furono pressioni perche la processione si facesse, ed infatti si fece. Viva la Madonna di Porto Salvo, evviva !Cosi si grida alla processione che si svolge per le vie del paese e del porto, da li a poco Lampedusa sarebbe stata dichiarata porto non sicuro, evviva la Madonna di Porto Salvo, Evviva. Le scene di quelle cariche passarono in molte tv e alcuni andavano fieri di quello che era successo, finalmente a Lampedusa non sarebbero venuti più clandestini perchè era stata dichiarata porto non sicuro, cosi si era risolta la situazione, Evviva la Madonna di Porto Salvo, Evviva….

 

Guarda il video: di Sky tg 24 sugli scontri tra lampedusani e tunisini 

A settembre mi trovavo a Roma e un amico mi mandò un articolo sul web in cui si parlava della presentazione del progetto Opera, dove figuravano anche la regione Sicilia e l’UNHCR.

Dai legni delle barche sarebbero nati complementi d’arredo, cassette per vini, pettinini e opere d’arte i cui proventi delle vendite dovevano essere devoluti all’UNHCR, certo in linea con il nuovo reality della Rai che sostiene l’organizzazione per i rifugiati, ma veramente squallida come idea. La presentazione era a Roma in una grande villa, decisi di andare insieme ad un amico Andrea Kunkl e mia moglie. Appena entrati nella villa ci sentimmo in un film di De Sica, il figlio però, un misto di cafonaggine e sfarzo si mischiavano all’area umanitarista che aleggiava tra le coppe di vino e le tartine al caviale. Provai a chiedere a qualcuno se sapessero quando cominciasse la presentazione, ma nessuno sapeva rispondermi, sembrava non avessero idea di cosa fosse quella serata.

Quando si aprì la presentazione scoprimmo che era il compleanno di una della referenti del progetto, che dopo avere parlato, diede la parola ad altri, non c’era un migrante e neanche un lampedusano (A parte io e mia moglie che ci eravamo imbucati), tutti parlavano di Lampedusa, della solidarietà dei lampedusani e di cassette per vino da fare con i legni dei migranti.

Presi la parola ed esposi le contraddizioni di quella situazione e di come i lampedusani non erano stati interpellati in un progetto che si pubblicizzava attraverso l’isola.

Andrea riprese tutto e per i particolari rimando al video.

Leggi l’articolo >> Repubblica. Sul progetto Opera.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/09/27/news/l_iniziativa-22328536/

Guarda il video >> di Andrea Kunkl sulla presentazione del progetto Opera a Roma:

Il 24 ottobre a Lampedusa venivano consegnate alla presidente del museo Galata di Genova: Maria Paola Profumo due imbarcazioni usate dai migranti per la traversata nel mediterraneo, noi non ne sapevamo niente, una volta prese le barche quelli del museo erano spariti senza neanche prendere un caffe insieme per dire “ci abbiamo ripensato facciamo da soli, abbiamo le barche”, ma sinceramente in quei giorni avevamo altro in mente, al di là di una telefonata , la cosa passò senza troppi strascichi, ci ripensammo dopo qualche tempo, il 2011 era stato un anno devastante e difficilissimo, fu anche un anno pieno di incontri, discussioni, manifestazioni come quando sull’isola arrivò la Le Pen con Borghezio e non la facemmo passare dalla porta principale dell’aeroporto ma da dietro in uscita secondaria o quando in piazza Gianluca durante un comizio di Forza Nuova con tantissimi ragazzi tunisini organizzò una protesta per non farli parlare. Cominciammo a confrontarci con l’Associazione Isole in particolare con Costanza Meli, mentre i rapporti con LIMEN si erano allentati.

Guarda il video : Next stop Lampedusa di Nicola Angrisano.

Guarda il video: Le Pen e Borghezio a Lampedusa:

Nel dicembre del 2011 mi trovavo nuovamente a Roma per la presentazione del libro dell’associazione La Lucerna: Lampedusa Porto Salvo ci trovammo a pranzo alla Casa Internazionale delle Donne, con Maria Teresa Tavassi e Paola Ortensi che mi avevano detto che volevano presentarmi una persona che avrebbe potuto darci una mano per il museo.

Quel giorno avevo di fronte un uomo magro con la barba bianca, io non sapevo chi fosse, ma si animava molto al mio racconto sugli oggetti che avevamo trovato, l’esposizione che ne avevamo fatto e la volontà di continuare. Ci fu una simpatia profonda e dopo qualche giorno venni a conoscenza che la persona con cui avevo parlato quel giorno era Giuseppe Basile, il noto restauratore. Iniziammo da quel giorno un continuo scambio di idee, il prof. Basile, Pippo, aveva un’ idea istituzionale del museo,questo non ci faceva stare tranquilli, ma la sua correttezza, il suo sapere ascoltare, la sua esperienza e conoscenza ci aveva dato nuovamente fiducia, anche se dopo il 2011 all’interno dell’associazione, al di là del museo, c’era molta stanchezza e la voglia di staccare da tutto e tutti, qualcuno usci fuori dall’associazione perchè non aveva condiviso i metodi con cui Askavusa si era mossa, specie a marzo durante l’occupazione dell’Area Marina Protetta che poi sarebbe sfociata nel blocco delle imbarcazioni dei migranti, a cui nessuno di Askavusa partecipò. Nonostante le differenze in quei giorni si era provato a collaborare con altre realtà dell’isola, anche con le più distanti da noi, vista la gravità della situazione.

Con il prof. Basile e Costanza Meli ci furono tante discussioni, sulla forma che questa esperienza dovesse prendere.

Questa fase, per Askavusa, fu seguita sopratutto da me, io riferivo quello che accadeva, ma non sempre, anche per la mancanza di una sede, si riusciva a coordinare le azioni.

Le discussioni avute con il prof. Basile e con Costanza Meli, furono molto importanti per me, sia a livello umano, che artistico.

A marzo del 2012, dopo un articolo scritto da Gianluca Gatta e , il prof. Iain Chambers invito Askavusa a parlare del progetto di quello che ormai tutti chiamavano “Museo delle Migrazioni”, ad una conferenza organizzata dal gruppo MELA a Napoli. Il 14 marzo del 2012 andai a Napoli per partecipare a Museums, migration, memory and citizenship 

Guarda il sito del gruppo MELA >>> http://wp2.mela-project.eu/wp/pages/research-field-02-brainstorming

Con Gianluca Gatta, parlammo dell’esperienza di Askavusa con gli oggetti dei migranti, gli esiti della conferenza furono riportati in una pubblicazione che è scaricabile in pdf on line.

Leggi e scarica il PDF: Cultural Memory Migranting Modernities and Museum 

http://www.mela-project.eu/upl/cms/attach/20130222/164313318_4323.pdf

In quell’occasione, Gianluca Gatta, mi presentò il prof. Sandro Triulzi, dell’orientale di Napoli e presidente dell’Archivio delle Memorie Migranti, con cui parlammo delle lettere in varie lingue, che avevamo trovato in discarica, lui propose di lavorare insieme, in particolare sulla traduzione delle lettere, accettai la proposta, e cominciò una collaborazione con AMM. Intanto avevamo lasciato la vecchia sede, perche non riuscivamo più a pagare l’affitto e nei mesi successivi si fecero alcune riunioni tra Askavusa, rappresentata da me, il prof. Basile, AMM con Gianluca Gatta e Sandro Triulzi e Associazione Isole con Costanza Meli e Barbara D’Ambrosio.

A maggio del 2012 a Lampedusa si sarebbero svolte le elezioni comunali, io stavo provando a costituire una lista civica composta da persone mai candidate prima e senza nessun collegamento con i partiti, senza compromessi con nessuno e con un programma molto semplice, visto che i problemi dell’isola erano e sono gli stessi da sempre: La sanità, l’istruzione, i trasporti, la crisi della pesca, il ruolo di Lampedusa rispetto alle migrazioni. Molti erano scettici, ed altri lavoravano, come accade spesso in questi casi, per spaccare o assorbire la lista, dopo molte riunioni e richieste, accettammo di discutere con un’altra lista, mettendo come condizione che il candidato a sindaco fosse Giusi Nicolini, unica persona, che secondo noi, poteva fare il sindaco tra i vari candidati. Ad ogni riunione quella condizione si faceva sempre più lontana, molti nella lista con cui si discuteva, che faceva capo al PD, volevano candidare il marito di Giusi, Giuseppe Palmeri, perchè affermavano che Giusi Nicolini fosse vista da molti, come troppo rigida su alcune posizioni, specie per l’abusivismo edilizio e la gestione delle spiagge, inoltre sulle questioni legate all’immigrazione, Giusi Nicolini aveva sempre assunto posizioni molto vicine alle nostre, questo veniva visto come una debolezza, cosi come la presenza di elementi di Askavusa nella lista. Giusi stessa non mostrava molta convinzione per la sua candidatura. Per alcune settimane insistemmo perché Giusi Nicolini fosse in lista come sindaco, condizione senza la quale tutta la lista che avevo coordinato dall’inizio, si sarebbe candidata da sola con a sindaco Damiano Sferlazzo, l’attuale vicesindaco. Alla fine Giusi accettò, ma con strategie, di cui risparmio i dettagli, nessuno di Askavusa fu candidato, in particolare nei miei confronti furono avviate manovre poco pulite, la campagna elettorale non aveva più le premesse che Askavusa aveva posto. Vecchi modi di fare riemersero: vennero fatti accordi con persone di cui non si condivideva e non si condivide la storia e la visione politica, in nome di un numero di voti, che alla fine non arrivarono, ma che garantirono lo stesso, alcune cose a chi li aveva promessi.

Io litigai con Giusi, ma feci in modo di non essere di peso a quell’esperienza, decisi di non parlare in pubblico di quello che era accaduto e di come era accaduto e cercai di convincere anche le persone più vicine a me di votare, nonostante tutto, quella lista, non perché mi aspettassi qualcosa in particolare, ma perché era la meno peggio. Ci eravamo trovati per inesperienza e buona fede a scegliere se mandare tutto all’aria, con il rischio che vincesse qualche lista che non ci piaceva per niente, o continuare senza entusiasmo a sostenere la lista che ritenevamo tra le altre quella su cui riporre qualche speranza. Alla fine Giusi vinse le elezioni, ma senza la maggioranza assoluta.

Per me fu difficile spiegare alle realtà con cui collaboravamo, quello che era accaduto, visto che fino a poco prima delle votazioni, davano per scontato che mi sarei candidato in lista. Spiegai a chi stava collaborando con Askavusa per la costituzione del “Museo delle migrazioni” la mia situazione con il sindaco in carica, ma dovevo ciclicamente discutere sul ruolo dell’amministrazione comunale di Lampedusa nel “Museo” come se quello che fosse successo durante la campagna elettorale si potesse cancellare con un colpo di spugna, chi non aveva vissuto in prima persona quella esperienza non aveva le mie stesse sensazioni ovviamente, ma spingeva perche il museo fosse riconosciuto dalle istituzioni.

Anche noi volevamo che il museo fosse di tutta la comunità, ma questi processi di condivisione, specialmente in questo caso, sono lunghi e non sempre finiscono bene, si cercò un approccio con l’amministrazione e si riuscì ad avere un incontro tra me il prof. Basile e il vicesindaco Damiano Sferlazzo, che si impegnava a supportare il progetto in nome di tutta l’amministrazione.

A luglio di quell’anno durante il Lampedusainfestival organizzammo un incontro pubblico per parlare del museo e a Cala Palme si discusse e si illustrò quello che stavamo facendo.

festival 2012

Il 20 settembre al museo etnografico di Roma il Pigorini all’interno della mostra (S)Oggetti migranti, presentavo insieme a Costanza Ferrini l’installazione “La parola è bussola”, l’indomani davano alle fiamme una delle tre barche dei migranti che avevamo recuperato nel 2011, ad un anno dagli scontri tra lampedusani e tunisini, ancora una volta, il giorno prima della processione della Madonna di Porto Salvo di Lampedusa.

Dopo qualche settimana dall’incendio ci fù un chiarimento tra me e il sindaco Nicolini, parlammo del museo e fissammo per il 13 febbraio del 2013 a Lampedusa un incontro dove si ufficializzava la partecipazione del comune e si tentava di delineare le linee guida del museo.

Nei mesi successivi il prof. Basile riusci ad ottenere dalla biblioteca regionale Siciliana a titolo gratuito, il restauro di alcuni documenti cartacei che avevamo recuperato dalla discarica e conservato. Con il resto del gruppo si era cominciato a catalogare gli oggetti, ma ogni volta che vedevo uno di quegli oggetti essere imbustato e numerato, per me era come vedere qualcosa che perdeva vita e forza, dall’altra parte la catalogazione degli oggetti, permetterebbe un maggiore controllo e uno studio più approfondito su ognuno di essi, ma siamo arrivati alla conclusione, che almeno per ora, non ci interessa questo tipo di approccio. Askavusa aveva alti e bassi come sempre, eravamo senza una sede, ma continuavamo a sognare e a fare cose. Cresceva in tutti noi una rabbia contro il sistema capitalista e l’egemonia culturale dei media e della cultura finanziata dalle banche, da certe fondazioni, dall’ENI magari o da altre realtà che da una parte devastano interi territori, producono miseria ed esodi e dall’altra si ripuliscono la faccia e la coscienza finanziando festival, film e quant’altro, su temi cosi detti “Sociali”.

Con questo non vogliamo dire che tutte le associazioni o persone che usufruiscono di questi finanziamenti sono “Cattive e brutte” ma non vogliamo condividere il nostro percorso con chi è in queste contraddizioni e non le mette neanche in discussione. Noi abbiamo preso coscienza di molte cose grazie ai confronti interni e abbiamo sempre cercato di tradurre la teoria in pratica. Con questo non vogliamo neanche dire che noi siamo riusciti, ce l’abbiamo fatta, assolutamente no, ci stiamo provando, e la cosa ci fa stare bene.

Il 28 aprile al LWL il museo dell’industria e del lavoro tedesco, inaugura una mostra sul lavoro e immigrazione, in cui partecipiamo con degli oggetti dei migranti e che sarà itinerante fino al 2015 in Germania.

Leggi il comunicato della mostra: Sito LWL

http://www.lwl.org/pressemitteilungen/mitteilung.php?urlID=29537#.UvO8GEb__Ke

A luglio del 2013 durante la quinta edizione del Lampedusainfestival organizziamo con AMM, Associazione isole, il prof. Basile e il comune di Lampedusa e Linosa, una mostra con alcuni oggetti e le carte restaurate dal laboratorio di restauro della Biblioteca Regionale Siciliana.

testo restaurato

 Il 31 luglio del 2013 muore Pippo Basile, tutti noi che stavamo lavorando con lui, anche sapendo la sua situazione di salute precaria, rimaniamo profondamente colpiti. Condividere un pezzo di strada con Pippo, è stato un grande privileggio. Un uomo di una educazione innata, che sapeva ascoltare. E’ inutile dire qui la competenza dello storico dell’arte o del restauratore, si scriverà meglio e a lungo su questo, ma voglio ricordare Il prof. Basile con un gesto che faceva spesso: portava l’indice sulle labbra come a volere cercare il silenzio, come a volere riportare il silenzio nelle conversazioni, come un momento di riflessione sospeso, un riagganciarsi a tutti i momenti di spospensione e silenzio. Quando parlava del colore di Caravaggio o delle operazioni lunghissime nella Basilica di San Francesco, durante il restauro che aveva guidato in modo esemplare, quando parlava dell’inizio della sua attività in giro per la Sicilia con la moglie Vita, a censire chiese e monumenti, quando parlava del patrimonio artistico degli altri paesi, senza mai enfatizzare quello italiano, anzi, ponendo dei dubbi sulle affermazioni che vogliono l’Italia come il paese con più patrimonio artistico in assoluto. Quando parlava il prof. Basile ascoltava.

Era il restituire di un ascolto lungo e lucido. Oltre che un piacere, averlo conosciuto, insieme alla moglie Vita, è stato un grande regalo.

Tutti i nostri dubbi sulla costituzione di un museo istituzionale, diventano più forti dopo ottobre.

Askavusa decide di riappropriarsi interamente del percorso con gli oggetti dei migranti e rimarcare la propria linea, senza compromessi o mediazioni di nessun tipo.

Con i naufragi di ottobre a Lampedusa e le conseguenze politiche e mediatiche, si decide di intraprendere un percorso il più possibile condiviso da tutti coloro che fanno parte del collettivo Askavusa e di praticare da subito tutto ciò che in questi anni è emerso come linea politica e di conseguena culturale.

Con l’apertura di Porto M e il progetto multimediale Lampemusa il collettivo Askavusa riafferma la centralità assoluta in tutte le scelte che riguardano le proprie attività ed apre una nuova fase nel rapporto con la comunità di Lampedusa.

Lampedusa 01/02/2014 inaugurazione Porto M.

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Askavusa a lavoro per Porto M.

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Gli oggetti, tutti gli oggetti, trattengono e rilasciano energia. Tutta la materia è energia, vibrazione, movimento ed è modificata dall’energia che la trapassa, la de-genera, che la modifica in eterno, dall’interno e dall’esterno. Noi stessi siamo parte di questo movimento eterno. Come relazionarsi con gli oggetti, quindi? In infinite maniere, ovviamente. Ma un mistico, un’artista, un filosofo, non devono forse cercare negli oggetti qualcosa che vada oltre la loro forma, la loro funzione, la loro solidità, anche se da questa ognuno è costretto a partire? E forse, il punto di arrivo non è nuovamente una forma, una funzione, una solidità? Gli oggetti si ricreano, sia a livello energetico che culturale, ogni volta che qualcuno si pone davanti a loro come spettatore, come studioso, come manipolatore. Tutto è in perenne trasformazione, sempre, quindi anche gli oggetti, nonostante tutti gli sforzi che facciamo per archiviarli, “fissarli” con i restauri, con le protezioni, dando loro dei valori. Descrivendoli, quindi, gli oggetti assumeranno altri valori e più si descriveranno più perderanno energia, valore intrinseco. Più il concetto si stacca dalla forma, dalla funzione, dalla materia, dall’energia e più diventa altro dall’oggetto.

 Crediamo, quindi, che sia importante non avere aspettative, ne da chi guarda, ne tanto meno dall’oggetto. Allora perché mostrarli, chiederà qualcuno, perché salvarli, custodirli e pulirli? Proprio perché crediamo che questi oggetti vadano mostrati, non studiati, non catalogati, non restaurati, non “rinchiusi”, ma mostrati, senza aggiungere altro. Farlo senza alcuna informazione didascalica non è un atto neutrale, ma una scelta politica. Non è ricerca di oggettività, perché l’oggetto è fatto per buona parte da chi osserva.

Vogliamo rovesciare la volontà, farla tacere, cosi come l’illusione di una causalità.

Scegliere significa includere ed escludere. La scelta di salvare questi oggetti e conservarli è un modo di considerarli vivi di per sé.

Rappresentare è simulare. Una giungla di segni è l’universo. Un fraintendersi su tutto. Si sceglie anche la rinuncia. Cosa possono questi oggetti, adesso? Chi ri-definisce l’oggetto lo ri-costituisce, chi lo ha salvato lo ha già posto su un livello nuovo:  da spazzatura è divenuto simbolo stratificato. Lo stesso avviene con i corpi dei migranti. Li si rappresenta sempre, specialmente da un punto di vista mediatico. Ma in realtà non ci sono “Migranti”, “Clandestini”, “Turchi”, queste categorie vengono create per comodità politica e di linguaggio, lo stesso linguaggio che ci dà l’illusione di scegliere e definire, ma in realtà ci sceglie sempre. Il linguaggio è come una strettoia da dove non si può uscire mai, neanche con l’errore più grande. Si resta intrappolati in una gabbia dove si può dire solo quello che è dicibile. Prima si creano i migranti in senso fisiologico: hanno fame, sete, freddo, come animali in fuga da un mondo altro. Poi negli altri sensi: politico, culturale, mediatico, in quanto corpi che non dicono, muti, senza la possibilità di rivendicare secoli di colonialismo e imperialismo che ognuno di loro porta consapevolmente e inconsapevolmente dentro i polmoni, la testa, nelle gambe, sulle spalle. Le storie dei singoli vengono soffocate dalla cronaca dei numeri, dalla rappresentazione di stato e questo essere corpi tutti uguali, con gli stessi bisogni, fa diventare chiunque arrivi a Lampedusa animale/merce. Non c’è spazio per l’individuo nella rappresentazione, anche perché complicherebbe tutto. Ogni individuo a prescindere se in viaggio o meno, se fermo o in movimento, è irrappresentabile, se non con la menzogna o come processo di continuo mutare. Non si rappresentano gli individui, se non come eccezioni. Dai loro oggetti si pretende invece una voce, si pretende che parlino, o meglio che vengano parlati, che siano i mezzi della propria voce, del proprio pensiero, del proprio metodo, della propria cultura. Con questo processo si vorrebbe confezionare l’oggetto, dargli non solo una voce, ma anche un messaggio. L’oggetto invece parla muto, dice messaggi intraducibili, anche qui continui fraintendimenti. Anche qui continue scelte. Anche qui qualcosa manca sempre. Queste trappole sono ovunque, pronte a scattare al minimo passo falso. Non vogliamo dire con questo che studiare gli oggetti, identificarli e rinominarli sia sbagliato. Non sappiamo cosa è giusto e sbagliato. Non sappiamo cosa debbano fare gli altri. Sappiamo qual é il percorso che vogliamo fare con questi oggetti (che non è mai definitivo). Ognuno ha le proprie motivazioni, argomentazioni e tesi da portare avanti.

Noi stiamo semplicemente cercando la strada che ci ha portato in quella discarica.

Collettivo Askavusa

One Response to “PortoM”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Giacomo Sferlazzo - March 30, 2014

    […] presentazioni del Lampedusainfestival e due momenti di esposizione a Marsiglia e Zurigo  degli oggetti dei migranti che il collettivo Askavusa ha raccolto e conservato in questi anni a Lampedusa e che hanno portato a […]

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