REDDITO DI CITTADINANZA: UNA CRITICA MARXISTA. Di Giulio Palermo.

Il successo elettorale del Movimento 5 stelle ha portato il tema del “reddito di
cittadinanza” (RdC) al centro del dibattito politico. Tecnicamente, la proposta pentastellata non è veramente un’applicazione del RdC ma è piuttosto una forma di “reddito minimo garantito”, uno strumento di sostegno finanziario simile al RdC, senza tuttavia gli stessi tratti di universalità. Ma non importa: mentre la crisi incalza, l’idea di aumentare i redditi, invece che di stringere la cinghia, piace un po’ a tutti. In effetti, le prime critiche che si sono levate contro il RdC non riguardano veramente i suoi limiti teorici bensì la sua mancata attuazione: in Italia, il RdC non ha veri oppositori, il problema è che i grillini non lo vogliono applicare veramente.
Sul piano teorico, il RdC, nella sua versione ideale, è difeso in particolare dagli
economisti della scuola keyensiana. Secondo loro, questo strumento sostiene la domanda aggregata, la crescita e l’occupazione. I più radical, quelli che strizzano l’occhio a Marx, aggiungono che favorisce anche l’emancipazione dal lavoro salariato. In questo articolo sostengo invece che il RdC non solo non può realizzare questi obiettivi ma finisce in realtà per andare in direzione opposta: aggravando la crisi, sviluppando il liberismo e accelerando i processi di precarizzazione del lavoro e di mercificazione della società.
Inizio inquadrando la proposta del Movimento 5 stelle nel dibattito teorico e
mostrando i veri obiettivi perseguiti da questa forza politica. Contrariamente ai difensori dell’universalismo, argomento che le differenze tra la proposta di Di Maio & co e il modello ideale di RdC non depongono veramente a favore del secondo. Giungo a questa conclusione senza addentrarmi nei processi economici messi in moto dal RdC. Mi limito a fornire alcuni dati sulla polarizzazione della ricchezza in Italia e a discutere la morale di finta uguaglianza che vorrebbe dare a tutti in parti uguali in un mondo in cui abbiamo tutti in parti diverse.
La prima critica teorica che muovo al RdC si fonda curiosamente proprio sulla teoria
di John Maynard Keynes. È paradossale ma se ai keynesiani piace questo strumento di politica fiscale è solo perché non conoscono la teoria del loro maestro. Tecnicamente, un trasferimento di denaro alle famiglie ha gli stessi effetti espansivi di una riduzione delle tasse. Un aumento della spesa pubblica di uguale ammontare ha invece un effetto espansivo maggiore. Se quindi il problema è l’austerity, il RdC non è affatto lo strumento appropriato. Anzi, se il suo finanziamento avviene tramite tagli alla spesa pubblica, finisce addirittura per avere effetti recessivi.
Passo poi all’analisi dei costi. Se si vuole veramente fantasticare sulle virtù di un
mondo in cui tutti sono più ricchi, conviene innanzi tutto stabilire di quanto si parla.
Contrariamente a quanto lasciano intendere i suoi sostenitori, un RdC che veramente risolva i problemi dei più poveri o che allenti la dipendenza dal lavoro salariato ha un costo esorbitante, incompatibile con i principi fondanti dell’intervento statale della Repubblica.

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