Verso la manifestazione del 16 dicembre a Roma.

Queste settimane a Lampedusa si sono rimesse in pratica le politiche repressive della frontiera dell’UE. Il governo tunisino, nei mesi scorsi, aveva allentato le maglie dei controlli sulle partenze, in qualche modo favorendole, per fare pressione sull’UE e ricevere fondi. Decenni di politiche europee scellerate hanno di fatto reso la questione migrazione un affare che vede coinvolti non solo i gestori dell’accoglienza ma i governi di molti paesi e le multinazionali delle armi e dei sistemi di controllo.

Se la Turchia e la Libia hanno ricevuto milioni di euro per diventare le guardie armate di una frontiera europea sempre più spostata a sud, la Tunisia non ha voluto di certo restare a guardare ed ha creato con la complicità dell’Italia una mini emergenza che si sta risolvendo, come previsto, con scambi economici e di servizi. Le politiche europee di sfruttamento e neocolonialismo hanno spinto milioni di persone a lasciare il proprio paese e una volta diventate “migranti” sono state costrette a viaggiare in maniera irregolare ed alimentare infine l’”affare accoglienza” e l’esercito di lavoratori super sfruttati che reggono interi settori produttivi in Europa. Persone che hanno storie, facce, gambe, nervi, pensieri, aspirazioni e rivendicazioni. Persone che in queste settimane sono state usate come merce di scambio ed hanno protestato in vari modi per avere riconosciuta la possibilità di poter viaggiare in maniera regolare e sicura potendo scegliere dove e come andare. Ci sono state molte azioni in proposito, dagli scioperi della fame, ad atti di autolesionismo.

L’annuncio di voli charter UE per il rimpatrio forzato delle persone “migranti” segue ciò che si è praticato in queste settimane da Lampedusa che si appresta a diventare un centro per i rimpatri e che probabilmente vedrà l’uso ufficiale da parte di Frontex dell’ex aerostazione civile. Attualmente all’interno dell’hotspot vivono pochissime persone e l’area è stata ristretta chiudendo alcuni padiglioni. Le condizioni di vita all’interno dell’hotspot rimangono indegne e le prospettive per i tunisini rimasti sono quelle del rimpatrio. Mentre accade tutto questo i lampedusani ricevono la Laurea honoris causa dalla Vrije Universiteit Brussel e a ritirare l’ennesimo attestato è il responsabile del presidio medico locale Pietro Bartolo che non ha mai denunciato le condizioni dell’hotspot e il trattamento riservato ai “migranti” anzi si è prestato nel corso di visite ufficiali a dare dell’isola e dell’hotspot un immagine stereotipata e funzionale ai piani UE/NATO, mai una parola sui sette radar presenti sull’isola o sulle condizioni della sanità locale. Una laurea che arriva ad una popolazione, quella lampedusana, che non ha assolutamente niente di diverso rispetto alle altre comunità, in cui la maggior parte delle persone è intollerante nei confronti delle persone “migranti”. L’immagine dell’isola dell’accoglienza continua ad essere utile per mascherare le vere dinamiche che attraversano l’isola.

Quella del 16 dicembre a Roma ed il percorso che sta nascendo insieme ai lavoratori migranti e tanti altri soggetti politici è l’occasione per rivendicare non solo la dignità sul lavoro, la regolarizzazione dei viaggi, una nuova legge sulla cittadinanza, territori liberi dalle presenze militari, ma anche per denunciare l’uso retorico che si fa della figura del “migrante” e dal nostro punto di vista anche dell’isola di Lampedusa. Una distorsione dei fatti che mistifica la realtà e copre le responsabilità politiche del disastro in corso. Per questo aderiamo e promuoviamo la manifestazione del 16 dicembre a Roma. Pensiamo anche che realtà come Eurostop e il nascente movimento politico “potere al popolo” siano delle possibilità reali di cambiamento che non possono prescindere da una riflessione sul rapporto tra potere, cultura e informazione.

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