Sulla riunione nazionale del 14 ottobre a Roma.

La riunione a cui abbiamo partecipato lo scorso 14 ottobre a Roma promossa dalla CISPM (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) con una forte presenza del sindacato USB è stata per noi un’esperienza nuova e positiva. In questi anni abbiamo partecipato a molte manifestazioni sulle migrazioni di varia natura ma che portavano tutte in corpo quel non detto che le caratterizzava: nascevano dalle esigenze di chi le migrazioni le vive come un tema di lavoro o di studio e ne ha fatto una specializzazione. In breve avevano il vizio di essere (in)cosapevolmente colonialiste. Non abbiamo visto molti africani partecipare a queste manifestazioni e tanto meno non abbiamo visto persone che avevano vissuto l’esperienza della migrazione, se questi poi facevano la loro “comparsa” rientrava nello schema paternalistico e ancora una volta colonialista del salvato, accolto, di colui che scappa in cerca di una vita migliore e tutto il resto….

L’incontro di Roma nasce, non a caso, da realtà (“migranti” e non) che vivono e agiscono sui territori, realtà che si autorganizzano e si autorappresentano a partire dalle rivendicazioni sindacali, infatti il lavoro rimane il campo da cui partire e su cui ritornare più volte.

L’assemblea molto partecipata ha fatto emergere alcune questioni fondamentali che cerchiamo di sintetizzare elencandole:

  • le condizioni di vita indegne dei braccianti agricoli e dei residenti all’interno dei centri per migranti (di varia natura giuridica);
  • la necessità per molti di accedere al riconoscimento della cittadinanza attraverso un documento per avere garantiti i diritti legati alla cittadinanza (punto molto critico questo);
  • l’uso della categoria dei “migranti” come nemico pubblico e arma di distrazione di massa da parte della politica e del sistema mediatico;
  • la necessità di trovare una struttura politico/culturale in grado di articolare su tutto il territorio nazionale le varie istanze agendo in maniera coesa “con una sola voce”.

Quello che si riscontra ancora anche nelle realtà più avanzate è la difficoltà a superare la distinzione migrante/non migrante, cioè di dichiarare nettamente che il problema delle condizioni di vita dei braccianti agricoli o la negazione della dignità non è un problema legato alla condizione di essere “migrante” semmai l’essere ridotto (per sempre) a “migrante” o “clandestino” è una conseguenza dello scontro di classe globalizzato.

Il linguaggio rimane uno dei temi fondamentali nella lotta politica e in generale nell’articolazione di un programma politico organico.

Ritornando all’inizio di questa riflessione, cioè ad una proliferazione di manifestazioni, festival, attività culturali, mostre etc etc sul tema delle migrazioni si può dire che chi è responsabile dell’esodo forzato di milioni di persone per scopi economici e politici è allo stesso tempo il mecenate  sul tema che oggi è più in voga: quello delle migrazioni, tema che una volta astratto dal contesto politico globale diviene un grande luna park del pensiero e dell’arte, ridotto tutta al più alla retorica “umanitarista” e in ogni caso depurato dalle implicazioni storico/politiche.

Questa saturazione da parte del capitale si riscontra in generale in tutto il circuito culturale e non solo quello ufficiale.

Crediamo che bisogna creare una struttura politica che sia in grado di esprimersi a livello culturale a partire dai contenitori, cioè dai festival, dalle rassegne di cinema, dalle mostre d’arte, dai luoghi di confronto.

Uno dei motivi che ha caratterizzato i vari interventi è stato proprio la necessità di comunicare con il “mondo esterno” cioè uscire dalla ghettizzazione e dalla marginalità, uscire da quella alienazione in cui molti giovani africani vivono e non solo tra “migranti” e “non migranti” ma anche tra gruppi di nazionalità diverse all0’interno dei centri o nei ghetti delle campagne.

La divisione di classe si nutre proprio di questa impossibilità di comunicare, di questa difficoltà a comprendersi facilitata proprio da chi il capitale lo accumula e va ben oltre il razzismo come lo intendiamo, il razzismo nutre questa divisione interna e necessaria affinché i più sfruttati non si riconoscano, non si parlino e abbiano difficoltà a capirsi.

A conclusione dell’incontro si è fissata per il 16 dicembre a Roma una manifestazione nazionale che porti alla luce i seguenti punti:

  • Per la libertà di circolazione e di residenza;
  • Per il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario per i profughi;
  • Per la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale;
  • Per la regolarizzazione dei migranti presenti in Italia;
  • Per l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III);
  • Per la rottura tra permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza;
  • Per il diritto all’iscrizione anagrafica;
  • Contro i lager e gli accordi di deportazione;
  • Per la cancellazione dell’art 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana;
  • Per un’accoglienza dignitosa e un lavoro dignitoso per tutti e tutte!

A cui aggiungiamo un punto per noi fondamentale “contro la militarizzazione dei territori”, militarizzazione che rimane organica alla logica dell’accumulazione di capitale e che insieme al controllo delle popolazioni, alla spinta imperialista per la riconquista delle colonie è anche un attacco al patrimonio naturalistico e archeologico dei territori in cui viviamo. Per questo ci sentiamo di fare appello a tutte quelle realtà collettive e soggettive che in questi anni abbiamo incontrato sul tema della militarizzazione dei territori, dell’inquinamento elettromagnetico, della devastazione dei territori affinché partecipino a questa manifestazione ed a un nuovo possibile percorso che possa superare la contrapposizione migranti/non migranti e ritrovare una dimensione di classe.

Quello che ci chiediamo è se è possibile riformare questo sistema e a chi rivolgiamo le rivendicazioni che porteremo alla manifestazione di Roma.

Questo è un punto su cui invitiamo tutti a riflettere ma che non deve essere motivo per rinunciare a manifestare. La manifestazione non sarà un punto di arrivo ma l’inizio di un percorso generale che, a partire ognuno dai propri spazi, possa riprendere quel respiro più ampio e dare forza a tutti NOI.

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