Oggetti migranti. Da quale traccia a quale voce?

La figura del Prof. Basile merita di essere ricordata e valorizzata in ogni sede culturale possibile, non solo italiana, per quello che ha saputo esprimere sia come qualità umane che come competenze e meriti professionali.

Pippo Basile

Il prof. Giuseppe Basile

Quanto sentiamo il bisogno di dire, pertanto, non intacca minimamente quelle che sono la valenza e l’importanza assunte per noi dal prof Basile. Al contrario, è motivo di dolore e rammarico dover constatare quanto accaduto proprio in occasione di un evento dedicato alla memoria del prof Basile. È facile immaginare la sorpresa e la rabbia dello scoprire da un articolo sul web che sugli oggetti (raccolti negli anni dai membri del collettivo Askavusa) gli organizzatori dell’evento Oggetti Migranti – dalla traccia alla voce, sviluppino letture discutibili, senza che Askavusa venga mai citata una volta. Ci saremmo aspettati almeno una mail, una comunicazione di qualche tipo, oltre che un’onestà ricostruttiva degli eventi (al netto delle divergenze di lettura).

Questa mostra, sia nella prassi della costruzione (che sembra essere il preludio ad un nuovo avvio del Museo delle Migrazioni di Lampedusa), sia nei contenuti che riusciamo a carpire dalla sua presentazione, è l’ennesima scorrettezza a cui evidentemente non vogliamo abituarci.

Gli oggetti in mostra e quelli rappresentati nelle foto sono stati salvati e recuperati a Lampedusa dal Collettivo Askavusa, a partire dal 2009.

Un tale aspetto viene appena accennato nell’ultima pagina del comunicato, senza che nella prima parte si citi minimamente Askavusa, laddove genericamente si fa riferimento solo al fatto che gli oggetti siano stati “trovati” a Lampedusa. Chi mastica un po’ di comunicazione sa bene che è la prima parte dei comunicati che viene usualmente ripresa dalla stampa e dagli organi di informazione; difficilmente un tale destino attende anche l’“approfondimento” (se di approfondimento si può parlare) o le parti terminali dei comunicati. La presentazione dell’evento su Facebook, invece, non vede comparire nemmeno una volta il riferimento al collettivo. Eppure curatori e organizzatori ci conoscono molto bene, anche personalmente. A conferma dell’effetto mediatico del comunicato vi è il fatto che, tra gli articoli letti, non compare mai il nome di Askavusa, come se in tutta questa faccenda non c’entrasse nulla..

Occorre allora fare un po’ di chiarezza. Gli oggetti che saranno esposti in mostra costituiscono una piccolissima quota di quelli raccolti dal collettivo, per buona parte recuperandoli dalla discarica dell’Isola dove venivano gettati alla stregua di comuni rifiuti. Ancora oggi sono i membri del collettivo che, con le proprie personali risorse e col contributo di quanti in questi anni si sono uniti a noi, conservano e si prendono cura di quanto faticosamente raccolto. Gli oggetti che sarà possibile visionare nei prossimi giorni vennero quindi temporaneamente consegnati al Comune di Lampedusa e Linosa perché la biblioteca Regionale Siciliana, dopo averli restaurati grazie all’intervento di Pippo Basile, necessitava di un referente istituzionale a cui consegnarli. Ma quegli oggetti attualmente di chi sono? Chi deve gestirli? Chi deve conservarli? E come mai non siamo stati interpellati quando si è deciso di usarli? Si omette ad esempio, che a Lampedusa esiste un luogo in cui molti oggetti sono già visionabili, in cui riceviamo migliaia di visite l’anno, dove si svolgono dibattiti, incontri con le scuole, dove si produce cultura, controinformazione, opposizione alla militarizzazione e alla distruzione dei territori. Tale luogo si chiama PortoM. Non ci stupisce che non se ne parli. Siamo autorganizzati e autofinanziati e il mainstream non ama certe iniziative. Ne si è avuta prova in occasione dell’operazione mediatica di colonizzazione culturale che si è realizzata con il Museo della fiducia e del dialogo.

eMMMMe – Porto M. Lampedusa from Borracha La Vida Film – di Lorenzo Sibiriu.

Askavusa, è bene sottolinearlo, aveva avviato il progetto del Museo delle Migrazioni di Lampedusa nel 2009, nel 2010 avevamo perfino provato la strada istituzionale con il patrocinio del Comune e addirittura di varie ONG. L’incontro con Basile nel dicembre del 2011 aveva riaperto alcune questioni. Successivamente, alla luce di una nostra analisi politica sul momento storico e sul fenomeno migratorio, in particolare sul ruolo svolto da molte ONG, dall’UE e dalla ambigua galassia delle varie associazioni filantropiche, abbiamo scelto di proseguire per un’altra strada. Nel 2013 abbiamo visto confermati i nostri timori, rendendoci conto che l’idea di un Museo delle Migrazioni così come si sarebbe potuto profilare all’epoca, avrebbe significato porre in essere un percorso politico per noi non più condivisibile: un percorso che sarebbe stato egemonizzato da realtà opportunistiche che ci avrebbero tolto ogni autonomia politica, imponendo alla rappresentazione degli oggetti un filtro “museale” e celebrativo che avremmo dovuto in qualche modo subire.

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Audiocassetta di musica araba. Uno degli oggetti esposti a PortoM. Foto Gianluca Vitale 2011

Questa mostra apre una serie di quesiti, che in parte per noi erano stati risolti. Prima di tutto il rapporto tra potere e cultura. Non è un caso che ci sia la sindaca a presenziare l’apertura della mostra. La sindaca è assolutamente in linea con tutta l’operazione che, vista ad un livello più alto, riapre prepotentemente la questione su cultura, arte e potere. Un tema vecchio ma sempre attualissimo.

Altra questione è l’uso di Lampedusa. Che associazioni dell’ambito culturale vogliano istituire un Museo delle Migrazioni, specie in questo periodo, è normalissimo. Ma perché allora non usare la propria esperienza, la propria prassi, il proprio contesto? Perché non fare un Museo delle Migrazioni a partire dalle esperienze di metropoli come Roma, Napoli, Torino. Perché non dare vita ad un progetto sulle questioni delle terribili condizioni di lavoro che le persone “migranti” vivono nelle campagne e nelle città italiane? Perché ostinarsi su Lampedusa e su un’esperienza che, nonostante sia stata più volte oscurata, ormai è riconosciuta a livello internazionale? Qualcuno dirà che si voleva dare visibilità ai due anni di lavoro svolto sugli oggetti. Perfetto. Allora bisognava interfacciarsi con chi quegli oggetti li ha trovati, conservati, ne ha elaborato una esposizione e una “teoria”, con chi non ha solo avviato un progetto ma ha anche messo in connessione i vari soggetti, con chi, quando ha capito che la strada stava diventando impraticabile, ha ripreso in mano le redini in solitudine.

Detto questo, ormai siamo abituati a tutto. Le migrazioni contemporanee e le narrazioni che le riguardano rappresentano uno dei campi di interesse più importanti del nostro tempo. Non solo per il business che le riguarda ma perché lungo le differenti forme della loro possibile gestione politica e semantica passano le linee di potere e di governo delle contraddizioni e delle differenze sociali delle nostre società. Noi continueremo sulla nostra strada come sicuramente faranno gli organizzatori della mostra. Il valore di Pippo Basile non può scalfirlo nessuno, la sua grandezza nell’ambito del restauro sarà ricordata per moltissimo tempo; ma è proprio in onore di quella verità che il prof. Basile non ha mai finito di cercare, che non possiamo esimerci dal fare queste considerazioni.

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