Lampedusa – Lo spettacolo continua….

benvenuto con molotov ai clandestini 1996

Un articolo del Corriere della Sera del 1996

Questa mattina ho accompagnato mio figlio alla scuola vela nella caletta vicino casa, Cala Pisana, una caletta frequentata da molti lampedusani e dove da qualche anno è attiva una scuola vela per bambini. Una bellissima iniziativa che dovrebbe essere sostenuta e ampliata. Vedere mio figlio Abele navigare su una barchetta e prendere confidenza con il mare ed il vento mi ha riempito di gioia e di speranza ma quando gli occhi mi sono andati a finire sulle vele delle barchette ho scoperto che tutte avevano l’adesivo di Amnesty International. Il fatto in questione conferma l’avanzamento nel processo di colonizzazione di Lampedusa da parte dell’imperialismo USA con le sue varie appendici, in questo caso l’UE e le ONG per i diritti umani.

Amnesty International è una di quelle associazioni che da sempre utilizza la retorica dei diritti umani e della democrazia per giustificare la destabilizzazione di aree geografiche/politiche d’interesse strategico per l’imperialismo USA.

“Quando AI è stata fondata nel 1961, gran parte del mondo era impegnata in un’intensa lotta per l’indipendenza dall’imperialismo e dal neo-colonialismo. Dall’Algeria al Vietnam, dalla Repubblica del Congo a Cuba, dal profondo sud razzista degli Stati Uniti al Sudafrica e alle colonie portoghesi africane: milioni di persone erano impegnate a lottare risolutamente per l’autodeterminazione. Sotto il giogo dei ricchi e dei potenti, i popoli dell’Asia, dell’Africa, del Medio Oriente, dei ghetti e delle periferie del Primo Mondo, erano in rivolta contro i loro oppressori. L’ONU ha riconosciuto questo movimento potente, ne ha certificato l’autenticità e ne ha attestato la legittimità adottando nel 1960 la Dichiarazione sulla Concessione dell’Indipendenza ai Paesi ed ai Popoli Coloniali che dichiara quanto segue:

1. L’assoggettamento dei popoli alla sottomissione, al dominio e allo sfruttamento straniero costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione nel mondo.

2. Tutti i popoli hanno il diritto all’autodeterminazione, in virtù di tale diritto essi determinano liberamente il proprio status politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale.

3. L’inadeguatezza della preparazione politica, economica, sociale o educativa non dovrebbe mai servire da pretesto per ritardare l’indipendenza.

4. Tutte le azioni armate o misure repressive di ogni genere nei confronti dei popoli dipendenti cesseranno al fine di consentire loro di esercitare pacificamente e liberamente il loro diritto alla piena indipendenza, e l’integrità del loro territorio nazionale verrà rispettata.

Forse è stata una coincidenza, ma proprio nel momento in cui queste lotte erano al centro dell’attenzione del mondo, AI ha scelto di deviare la discussione sulla questione dei diritti umani su altri binari, lontano dai diritti dei popoli sottomessi, per concentrarsi sui diritti di individui che la dirigenza dell’AI aveva vagliato e patentato come “prigionieri di coscienza” . Entro la metà degli anni Sessanta, i leader riconosciuti a livello internazionale di movimenti anti-coloniali per l’indipendenza come Nelson Mandela, allora in carcere, sono stati esclusi dalla categoria “prigionieri di coscienza”, perché proponevano la resistenza armata contro i loro oppressori. Allo stesso tempo, artisti, scrittori e altri intellettuali dissidenti nei paesi socialisti e paesi meno sviluppati assurgevano a candidati idonei all’attenzione di AI, in particolare da parte dei sui membri negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.”

(Zoltan Zigedy – http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpcn03-011991.htm)

amnesty

Campagna mediatica di AI

AI si va a collocare in quel processo avviato nel 18° secolo con l’illuminismo e la tendenza a separare l’individuo dalle forze sociali e storiche, costruendo un soggetto iper-individulizzato con diritti universali completamente avulsi dalla condizione sociale, dall’appartenenza di classe, dal territorio e dalla comunità in cui nasce e cresce.

Un concetto che si è poi trasformato in leggi e prassi politiche a vantaggio della classe borghese e del capitalismo.

Ogni anno Amnesty organizza un campo di volontariato a Lampedusa che si svolge all’interno di un campeggio e che vede i partecipanti completamente isolati dal contesto locale evitando ogni confronto con gli isolani.
Mai una parola sull’alta militarizzazione dell’isola e dell’uso che se ne fa per operazioni militari come quelle che stanno avvenendo in Libia, d’altronde sulla Libia AI ha ricoperto un ruolo fondamentale per giustificare l’aggressione della NATO nel 2011 che hanno visto proprio in Lampedusa una delle basi militari e di spionaggio di estrema importanza.
Ma AI non è che uno degli attori che sta lavorando sul palcoscenico di Lampedusa usando la questione delle migrazioni per gli scopi dell’imperialismo USA.
Il discorso dominante, una volta strutturato, diviene quasi automatico e dal discorso molto spesso si viene risucchiati.
Sono molti gli esempi su Lampedusa che partendo da un immaginario precostituito e funzionale ai processi imperialisti (guerra- accumulazione di capitale – sfruttamento) si moltiplicano e si riproducono non più partendo da una realtà che è sempre dialettica e che nel caso di Lampedusa ha una complessità fortissima, ma appunto, da una rappresentazione data.

In altre forme è quello che accade nella pittura del XVI secolo con il manierismo con la differenza che Vasari si rivolgeva agli artisti del suo tempo suggerendo di partire da Michelangelo, Raffaello e Leonardo e della loro interpretazione della natura per acquisire la “bella maniera” nel nostro caso sono ben altri i modelli indicati e i risultati ottenuti.
E’ il processo di costruzione del sapere a uso colonialista descritto da Edward Said in Orientalismo che si può prendere a modello per leggere l’opera di mistificazione fatta su Lampedusa.
Cerchiamo di capire allora che tipo di immagine si è costruita su Lampedusa in maniera più forte dal 2012 ad oggi:
– I lampedusani: eroi, accoglienti e pronti a rischiare la vita per salvare e accogliere i migranti;
– I militari e le varie forze dell’ordine che salvano vite umane in mare;
– Le ONG e le associazioni umanitarie che presidiano Lampedusa per garantire i diritti umani dei migranti;
– Il centro di accoglienza che nonostante le difficoltà è un modello da esportare in Europa;
– I migranti: poveri cristi che scappano da guerre e carestie o possibili terroristi da identificare e schedare.

– Una serie di definizioni sull’isola che vengono ripetute: Porta d’Europa, capitale morale del Mediterraneo, coscienza dell’Europa, isola dell’accoglienza, isola degli sbarchi.

Per questo quadro passano una serie di messaggi più o meno velati che ora tenteremo di svelare.

Partiamo da un film per la TV che verrà trasmesso a breve dalla Rai.

Ecco uno degli articoli che presenta la serie TV: “Lampedusa, fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Amendola, andrà in onda il 20 e il 21 settembre 2016, salvo cambi di programmazione da parte della tv pubblica. La trama, come suggerisce il titolo, sarà incentrata sul tema dell’immigrazione clandestina, e si concentrerà in particolar modo di chi ospita i migranti (Guardia Costiera e abitanti dell’isola) e di chi ne segue il percorso in prima persona (volontari, operatori sanitari e amministrazione pubblica).
Claudio Amendola vestirà i panni di Serra, responsabile della Capitaneria di porto, mentre Carolina Crescentini sarà Viola, la responsabile del centro di accoglienza. L’appuntamento con la mini-serie ‘Lampedusa‘ è fissato sugli schermi di Rai 1 per martedì 20 e mercoledì 21 settembre 2016, in prima serata.”
(http://www.televisionando.it/articolo/lampedusa-la-fiction-con-claudio-amendola-20-e-21-settembre-su-rai-1/119359/)

lampedusa-fiction-claudio-amendola

foto Blogo

 

1) “La trama, come suggerisce il titolo, sarà incentrata sul tema dell’immigrazione clandestina”.
Il titolo della serie è “Lampedusa” e per chi scrive l’articolo l’isola è associata in maniera automatica al tema dell’immigrazione clandestina, semplificando la complessità storica e politica dell’isola, riducendola appunto a “l’isola degli sbarchi”.

2) “si concentrerà in particolar modo di chi ospita i migranti (Guardia Costiera e abitanti dell’isola)”.
Per chi presenta il film e a quanto pare il film stesso, ad ospitare i migranti sono gli abitanti dell’isola e la Guardia Costiera. Un’affermazione che non ha nessun aggancio con la realtà in quanto i migranti sono reclusi all’interno dell’Hot Spot e in alcuni momenti riescono ad uscire da un buco della recinzione della struttura di detenzione.

La Guardia Costiera non ha mai avuto il compito di accogliere i migranti ma solamente del soccorso in mare e gli abitanti non hanno mai accolto i migranti nelle loro case se non in rare eccezioni. Tra l’altro proprio quest’anno che per la prima volta i migranti uscivano dall’Hot Spot anche in estate (sempre da un buco della recinzione) ci sono state una serie di lamentele da parte di alcuni gestori di attività turistiche perché i migranti facevano il bagno nelle spiagge insieme ai turisti (lamentele spesso sollevate anche da alcuni turisti). La questione, tra le altre cose, ha fatto scaturire una riunione con il prefetto di Agrigento a cui alcuni operatori turistici dell’isola chiedevano di non fare uscire i migranti o quanto meno di impedire che facessero il bagno in spiaggia.

3) “di chi ne segue il percorso in prima persona (volontari, operatori sanitari e amministrazione pubblica).”
Non si capisce di quale percorso si parla visto che il percorso dei migranti è segnato e precostituito da scelte politiche dell’UE e da dispositivi militari. Il margine di operatività di questi soggetti è pari alla loro funzionalità nella gestione militare e politica delle migrazioni, alla loro strumentalizzazione e a parte rarissime eccezioni (Mediterranen Hope  [di cui riteniamo l’approccio a Lampedusa e il loro lavoro diversi, in senso positivo, dal resto dei vari progetti che in questi anni si sono susseguiti a Lampedusa] e il Forum per l’accoglienza) i soggetti in questione svolgono la loro attività sotto compenso.

Inoltre tutto l’iter per la richiesta di asilo o per trovare un lavoro segue la logica della marginalizzazione e della creazione della clandestinità creata con le leggi recepite dall’UE che hanno avuto la funzione di agevolare la creazione del Mercato Interno europeo, accumulare capitale in poche mani e distruggere le condizioni sociali, economiche e politiche dei lavoratori.

“Un trentenne di Lagos decide di emigrare dallo zio a Milano. L’ambasciata italiana gli nega il visto. La famiglia investe cinquemila euro per mandarlo via terra in Libia e da lì fargli attraversare il Mediterraneo sperando arrivi vivo. Ce la fa, ma in Sicilia scopre che l’unico modo per avere un permesso di soggiorno è chiedere asilo politico perché è entrato illegalmente in frontiera. Impara a memoria una storia falsa: l’infanzia da orfano, lo zio cattivo, un mandato d’arresto, il poliziotto corrotto. La Commissione che deve decidere sulla sua storia gli dà appuntamento un anno e mezzo dopo. Nell’attesa viene trasferito in una pensione in qualche paesino montano. Nel frattempo gli è vietato lavorare e gli è vietato ricongiungersi con i figli e la moglie, in compenso può fare volontariato e imparare l’italiano. Dopo un anno e mezzo la Commissione lo riceve e gli nega l’asilo politico perché non sussistono i requisiti giuridici. L’avvocato gli consiglia di fare ricorso, è gratuito, devono solo inventarsi una storia un po’ più credibile. Passa un altro anno. Il tribunale conferma il diniego. E così, due anni e mezzo dopo il suo arrivo, il trentenne di Lagos riceve l’ordine di allontanarsi dal territorio e lascia la pensione del paesino. Prende il primo treno per Milano e va a bussare alla porta dello zio, senza documenti e senza lavoro. Esattamente come se fosse sbarcato il giorno prima.
Se tre anni prima l’ambasciata italiana a Lagos gli avesse rilasciato un visto di turismo e ricerca lavoro (visto che ad oggi non esiste), quella stessa persona avrebbe investito i suoi cinquemila euro non nella mafia libica del contrabbando ma per mantenersi a Milano durante i sei mesi di durata del visto. E se avesse trovato un lavoretto magari avrebbe potuto rinnovare il visto di altri sei mesi in Questura (oggi è impossibile convertire un visto) e infine avere un permesso di lavoro l’anno dopo (altra procedura oggi impossibile). L’italiano l’avrebbe imparato presso le scuole serali che nel frattempo il governo avrebbe dotato di nuovi finanziamenti (magari!). E se invece non avesse trovato il lavoro che cercava, anziché fare ricorso se ne sarebbe ritornato a Lagos o sarebbe andato a Berlino, sapendo che a Milano sarebbe potuto tornare in ogni momento.
Tre quarti delle centomila persone oggi in accoglienza non avranno nessun permesso di soggiorno come rifugiati politici. Tenteranno il ricorso per guadagnare tempo, ma sarà inutile. Servirà solo ai tanti avvocati che si sono precipitati sull’affare. Col gratuito patrocinio un ricorso vale sui cinquecento euro. Cosa mi dicono gli avvocati che ne fanno cento o duecento l’anno? Mettici pure una conferenza sul diritto d’asilo e sei a posto.” (Gabriele Del Grande)

4) Si parla di Centro di Accoglienza mentre da anni il centro di Lampedusa ha assunto forme che sono in prima istanza di detenzione e identificazione.
Da anni vengono denunciate, da più parti, le condizioni del centro per migranti di Lampedusa ma queste denunce vengono coperte dalle visite spettacolo di esponenti dello Stato come il presidente della Repubblica Mattarella, la sua visita al centro per migranti di Lampedusa è mostrata da un video che ne propaganda un’immagine tranquilla e serena di pulizia e cordialità.

Il video della visita all’Hot Spot di Lampedusa del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

Un video delle condizioni dell’Hot Spot dello stesso periodo pubblicato da Askavusa.

Mattarella inoltre dichiarava riferendosi ai militari “Sono eroi della vita quotidiana. E’ grazie a loro che il Mediterraneo non si è trasformato in una grande tomba”.
Queste affermazioni e immagini vengono confermate e amplificate proprio dalla rappresentazione che di Lampedusa fanno film come quello che andrà in onda per la RAI a settembre o in maniera più sofisticata da film come Fuocoammare.

Il 10 giugno del 2016 arriva addirittura Richard Gere a confermare il copione scritto su Lampedusa “Sono stupito per il clima familiare che ho trovato all’interno del centro”

“Gere ha mangiato lo stesso menù degli ospiti: pollo con verdure e riso bianco speziato”

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(foto tratta da Repubblica Palermo)

La visita di Gere si arricchisce di una nota che è indice dell’importanza che queste visite hanno anche per gli attori locali. Il sindaco Giusi Nicolini infatti scrive una lettera al prefetto Morcone per esprimere il suo disappunto ma non per le dichiarazioni di Gere che descrive una realtà distorta sull’Hot Spot di Lampedusa ma bensì per il fatto di non essere stata avvisata e di non aver potuto incontrare l’attore “Non incontrando la comunità, non si aiuta l’isola” dichiarava la Nicolini.

Lo stesso copione vale per la visita del Presidente del Senato Grasso l’ 8 luglio 2016 che dichiara “Il modello dell’hotspot di Lampedusa va esportato” e snocciola tutta la retorica su Lampedusa «I cittadini italiani devono essere fieri di quello che si fa a Lampedusa, di quello che fanno i lampedusani, l’amministrazione, le forze dell’ordine per quelli che sono i valori in cui crediamo di solidarietà e accoglienza».

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(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-07-08/immigrazione-grasso-a-lampedusa-l-europa-o-inizia-o-finisce-135134.shtml?refresh_ce=1)

Il 22 luglio 2016 Federico Gelli (PD), presidente della commissione d’inchiesta Migranti dichiara:

«La struttura di accoglienza di Lampedusa si è dimostrata totalmente inadeguata, con una scarsa manutenzione e una gestione da rivedere che sia in grado di contenere al meglio l’emergenza migranti».

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foto pubblicate dal Collettivo Askavusa approfondimento https://askavusa.wordpress.com/2016/07/07/tutto-grasso-che-cola/

In seguito alla vincita del film Fuocommare (qui una nostra critica al film >https://askavusa.wordpress.com/2016/02/24/1428/) dell’orso d’oro di Berlino seguivano un fiume di dichiarazioni e spot politici ne riportiamo solo un paio:

Boldrini “L’arte riesce a mettere a fuoco un tema importante, lì dove la politica europea non trova la chiave di volta, si dimostra inefficace, e dove sembra esserci una gara in corso a chi costruisce muri e a chi fa peggio. Io sono orgogliosa del nostro Paese che tiene la linea e continua a salvare vite umane. E dall’arte, ne è un esempio questo film, può venire un valido aiuto in tal senso, un aiuto a tenere la linea”.

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(foto Adnkronos) 

E’ il 25 febbraio lo stesso giorno in cui l’Italia programma l’intervento in Libia auspicando un governo di unità nazionale libico che possa chiedere l’intervento militare della NATO contro l’ISIS. Tradotto: La NATO ha bisogno di legittimità internazionale e di una giustificazione per l’opinione pubblica per l’invasione della Libia.

Renzi regala una copia di Fuocoammare ai capi di Stato europei in occasione di un vertice UE e nel bigliettino che accompagna il DVD c’è scritto “Un lavoro che racconta la magia dell’accoglienza, e i doni eccezionali della gente di Lampedusa, per cui un migrante è sempre, prima di tutto, un essere umano”.

ritornando sulla rappresentazione dell’Hot Spot di Lampedusa in Fuocoammare un gruppo di migranti canta una sorta di gospel in cui, tra le altre cose dicono “Ci hanno rinchiuso in prigione. Molti sono rimasti in prigione per un anno. Molti sono rimasti in prigione per sei anni, molti sono morti in prigione. La prigione in Libia era terribile. Non davano da mangiare. Ci picchiavano ogni giorno, non c’era acqua e molti sono scappati. Oggi siamo qui e Dio ci ha salvati”.

L’altra scena all’interno dell’Hot Spot  è di una partita a calcio. Ovviamente se la prefettura ti da il permesso di girare farà in modo di farti trovare l’Hot Spot in una condizione quanto meno dignitosa ma Rosi aveva ascoltato anche noi rispetto le condizioni dell’Hot Spot. Si è preferito parlare delle terribili carceri libiche invece che delle reali condizioni dell’Hot Spot di Lampedusa. (da li a poco sarebbe stato dato alle fiamme per la terza volta, quattro se si considera anche l’incendio nella vecchia struttura vicina all’aeroporto).

Ecco cosa scrivevano in un comunicato un gruppo di migranti in protesta nel maggio 2016

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Proteste di un gruppo di persone “migranti” per le condizioni dell’Hot Spot e le procedure di identificazione.

“Noi siamo profughi/rifugiati siamo venuti qui perché scappiamo dai nostri paesi in guerra, i paesi da cui proveniamo sono Somalia, Eritrea, Darfur (Sudan), Yemen, Etiopia. Il trattamento che riceviamo nel campo di Lampedusa è inumano (ci sono stati anche casi di maltrattamento per il forzato rilascio delle impronte digitali da parte delle forze dell’ordine). Se non lasciamo le impronte gli operatori della gestione del centro sono aggressivi verbalmente e fisicamente nei nostri confronti, ci sono discriminazioni per la distribuzione dei pasti e ci vietano di giocare a pallone nel cortile. I materassi sono bagnati dall’acqua che esce dai bagni e questo può causarci anche malattie.
Ci sono minori, donne incinte e persone con problemi di salute che non ricevono le cure adeguate.

Siamo a Lampedusa, chi, da 2 mesi, chi, da 4 mesi.
Finché non ci daranno la possibilità di andare via da questa prigione in un luogo in cui ci sono condizioni di vita più dignitose ci rifiuteremo di dare le impronte.
Siamo venuti per il bisogno di libertà, umanità e pace che pensavamo ci fosse in Europa.
Non vogliamo essere rinchiusi in una prigione senza aver commesso reato, vogliamo una vita più dignitosa e provare ad avere protezione dato che scappiamo da situazioni che ci mettono in condizioni di rischiare la vita.
Lasciare le impronte in queste condizioni non ci lascia la libertà delle nostre scelte future come ad esempio potersi ricongiungere ai propri familiari o comunità già presenti negli altri paesi.

VOGLIAMO ANDARE VIA DA LAMPEDUSA PER AVERE LA PROTEZIONE CHE CERCHIAMO SCAPPANDO DAI NOSTRI PAESI. MOLTI DI NOI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE E NON SMETTERANNO FINCHÈ NON SARANNO SODDISFATTE LE NOSTRE RICHIESTE.”

 

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La rivista “I Love Sicilia” dedicava nel febbraio 2016 la copertina e tanto spazio all’orso d’oro vinto a Berlino da Fuocoammare e a Lampedusa.

La retorica è sempre la stessa e ancora una volta attraverso l’immaginario su Lampedusa si fanno passare alcune mistificazioni della retorica umanitaria ad uso dell’imperialismo.

In una della pagine del lungo servizio pieno di frasi come “Un nobel per i lampedusani” o Gli eroi normali di Lampedusa” si pubblica un estratto del libro Lampaduza di Davide Camarrone “[…] La morte qui a Lampedusa, ha due ancelle. La crudeltà dei passeurs di mare, che stipano a suon di bastonate quanti più migranti possono su vecchie carrette dai motori sfasciati o pronti a fermarsi […] E poi c’è la crudeltà dei governi. Di quello libico inanzitutto. Con Muammar al Gheddafi, uno dei tanti dittatori corrotti del continente africano, la vita dei migranti era cosa che si poteva comprare, vendere e scabiare, proprio come tutto il resto […]”.

Un chiaro esempio di come il discorso dominante si riproduce e si moltiplica, prima attraverso un libro dal titolo Lampaduza e poi nella sua riproduzione in un mensile (tra l’altro un mensile di “stili, tendenze e consumi”). Certo è un passo avanti rispetto alle dichiarazioni della Boldrini il 3 ottobre del 2014 “C’è in atto una guerra tra gli uomini e il mare” ma scaricare la colpa delle morti in mare a Gheddafi e agli scafisti è un altro caso da manuale del discorso su Lampedusa e le migrazioni. Discorso riprodotto anche nel caso della strage del 3 ottobre 2013 per quanto riguarda gli scafisti.

orso a mare

Una delle immagini presenti nel servizio di I Love Sicilia

In questa enorme falsificazione ci si ritrova a fare i conti con quella verità capovolta di cui parlava magistralmente Guy Debord nel libro “La società dello spettacolo” e dunque si può assistere agli stessi soggetti che si lamentano perché l’immigrato fa il bagno in una spiaggia frequentata dai turisti ritirare un premio per l’accoglienza o lo stesso soggetto che si lamenta quando i migranti protestano per le condizioni dell’Hot Spot essere in prima fila ad applaudire Mattarella quando afferma che i Lampedusani sono un esempio di accoglienza e solidarietà . Fino a quando l’immigrato è ritratto passivamente, magari all’interno di una cornice fatta da un’orso d’oro o riprodotto in un presepe da vendere ai turisti con tanto di Porta d’Europa, gabbiano e tartaruga fa comodo e dunque rientra nella logica capitalista in cui molti di noi lampedusani sono entrati in maniera totale, quando l’immigrato diviene un soggetto portatore di rivendicazione e di conflitto allora va ignorato (nel migliore dei casi) o rimodulato. La frase che spesso si sente di dire è ” ma come noi li accogliamo e loro si comportano cosi”.

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Ovviamente le dinamiche che hanno portato alcuni lampedusani ad assumere certi comportamenti andrebbero approfondite meglio ma quello che a noi preme sottolineare in questo momento è che l’uso mediatico che si fa di Lampedusa ha scopi ben precisi e che la retorica umanitaria/militare ha coperto le più grandi nefandezze degli ultimi anni tra cui quella della creazione e gestione (attraverso leggi e prassi) dell’immigrazione clandestina da parte dell’UE e della NATO.

 

 

Scontri tra lampedusani e polizia contro i migranti.
I motivi dello scontro furono che i tunisini dopo avere dato fuoco al centro per migranti di Lampedusa a seguito di un trattenimento prolungato venivano portati dalla Polizia davanti ad una pompa di benzina, dove venivano fatti dormire all’aperto. Davanti la pompa di benzina vi è un ristorante che tiene le bombole del gas fuori. Uno dei tunisini riusciva a prendere una bombola del gas e minacciare di farsi saltare in aria nonostante il grande dispiegamento di polizia. La maggior parte dei lampedusani che partecipava allo scontro erano gli stessi che acclamavano Berlusconi al suo arrivo sull’isola e che durante il trattenimento dei tunisini nel centro di detenzione di Lampedusa facevano finta di niente, nonostante alcuni lampedusani lavorano all’interno del centro e nonostante la forte tensione all’interno del centro era stata denunciata (anche da noi).

In generale nel 2011 si sperimentarono a Lampedusa pratiche di controllo sociale, di creazione di emergenze e retoriche che poi sarebbero sfociate nell’emergenza nord Africa, nell’utilizzo in campagna elettorale delle immagini e dei discorsi prodotti a Lampedusa e del maxi finanziamento del 2011 a Frontex.

Dal 30 settembre al 2 ottobre a Lampedusa si celebrerà il Prix Italia, organizzato ancora una volta dalla RAI che essendo il principale strumento di regime nella costruzione dell’immaginario collettivo ha giocato un ruolo decisivo nella costruzione del palcoscenico e del simbolo di Lampedusa. 87 Enti radiotelevisivi pubblici e privati, in rappresentanza di 46 Paesi dei cinque continenti, sono coinvolti nella manifestazione.

E attenzione i tempi non sono mai a caso, se Fuocoammare arrivava subito prima dell’attacco in Libia e subito dopo la propaganda tedesca sull’accoglienza dei siriani, il film per la TV e il premio della RAI arrivano in una fase avanzata della guerra dove è presumibile che aumenti anche il numero di persone in fuga e dove si verifichino di nuovo crisi nelle comunità di arrivo, ne sono prova gli arrivi massicci di questi giorni che hanno fatto già gridare all’invasione. Si riprodurrà quindi in una situazione di crisi indotta, tutta la retorica sull’umanità e l’accoglienza dei lampedusani che dovrebbero essere presi a modello da tutta Italia e accogliere senza se e senza ma miglia di persone sdradicate dalla propria terra e senza possibilità di autodeterminarsi.

Il premio arriva proprio prima delle celebrazioni della strage del 3 ottobre 2013.

Ancora una volta assistiamo ad un fenomeno di riproduzione dell’immaginario costituito. Abbiamo la strage del 3 ottobre e la falsificazione dei fatti avvenuta attraverso gli apparati mediatici del potere con sempre la RAI in testa, la strage del 3 ottobre e la retorica creata intorno viene poi riprodotta ogni anno attraverso le manifestazioni di commemorazione svolte a Lampedusa con in testa il comitato 3 ottobre, questa retorica e falsificazione viene traslata nel film Fuocoammare che a sua volta viene riprodotto attraverso articoli, citazioni e proclami politici.

Il sogno che era il generatore del mito collettivo e dell’immaginario condiviso aveva una funzione di interpretare l’esistenza, provare a dargli un ordine, cercarne la genesi, riempirla di senso, il sogno individuale che attraverso la sua rappresentazione e rimodulazione si faceva mito oggi viene sostituito dalla costruzione a priori del falso storico. Non è più un movimento che dal sogno (con tutte le influenze della collettività che il sogno del singolo ha) attraversa la comunità, l’arte per passare ad essere sogno condiviso ad occhi aperti, sogno fondativo, questo viene sostituito da un movimento che va dall’esigenza del capitale alla costruzione falsificata di immagini e storie collettive che influenzano la percezione comune della realtà e della storia. Un mito senza “mitizzazione”, una rielaborazione della realtà che parte dal vissuto “virtuale”  e non dal vissuto “reale”.

La visita del Papa (luglio 2013) e la strage del 3 ottobre 2013 rappresentano uno spartiacque nella costruzione di questo corpo di immagini, retoriche e discorsi su Lampedusa e l’immigrazione.

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa vicinissimo al porto, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento ha provocato 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti,i superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni si avvicinano alla loro barca, puntandogli i fari addosso, una delle due barche ha un faro molto potente ed e’ simile ad una vedetta militare. Dopo questa operazione le due barche si allontanano lasciando nel panico le 540 persone che sono a bordo, uno di loro accende un indumento per fare dei segnali ma cadendo a terra provoca un incendio che fa muovere in maniera brusca tutte le persone a bordo provocando il ribaltamento della barca.

Verso le 06.30 un gruppo di persone che si trovava in barca nella zona della Tabbaccara, per una battuta di pesca notano i naufraghi e danno l’allarme, intanto anche altre barche civili e pescherecci si portano sul posto caricando la maggior parte dei superstiti a bordo. I soccorritori parlano di un ritado della Guardia Costiera di un ora circa.

La Guardia Costiera non ha mai rilasciato comunicazioni sul 3 ottobre del 2013. Non e’ stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem, è stato condannato a diciotto anni di reclusione e una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato” ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero (ricordateuna delle ancelle della morte a Lampedusa sono gli scafisti). Khaled Bensalem e’ stato individuato esclusivamente in base al suo colore di pelle in quanto tutti i superstiti parlavano di un “Whitw man” come capitano della barca. Il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo.

Il 10 ottobre del 2013 veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo Eurosur un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. 244 milioni di euro sono stati garantiti dal bilancio dell’Unione europea per l’installazione e la manutenzione del sistema fino al 2020 ma i costi del progetto potrebbero superare un miliardo di euro.

A questo proposito ricordiamo che alla fine del 2015 il dipartimento di Stato americano ha approvato la richiesta dell’Italia, presentata nel 2012, di armare due suoi droni MQ-9 Reaper con missili aria-terra Hellfire, bombe a guida laser e altre munizioni. Un accordo dal valore di 129,6 milioni di dollari.

Solo Stati Uniti e Inghilterra possiedono in dotazione questi armamenti.
D’altronde l’aeronautica militare italiana è stata la prima forza aerea alleata ad ordinare, nel 2001, i Predator statunitensi, protagonisti del conflitto kosovaro del 1999.

L’11 di ottobre del 2013 avviene un nuovo naufragio e Cecile Kyenge (allora ministro per l’integrazione) ribadisce che la priorità è fare la “guerra a tutto campo alla criminalità organizzata transnazionale che gestisce queste tratte di esseri umani. Ci sono leggi che vanno applicate e, se necessario, bisogna renderle ancora più dure“ che “bisogna rafforzare i controlli nelle acque del Mediterraneo. C’è da incentivare il sistema Frontex e dare vita ad un monitoraggio in tempo reale per evitare di contare altri morti. E soprattutto pattuglie in mare che individuino i criminali protagonisti della tratta di esseri umani. Il punto è qui: una nuova mafia transnazionale sulle rotte del Mediterraneo”. Il 13/10/2013 la commissaria europea agli Affari interni Cecilia Malmstroem dichiara: ”Sostegno politico e risorse” per lanciare “una grande operazione Frontex di salvataggio sicuro” che coinvolga tutti i paesi europei del Mediterraneo, “da Cipro alla Spagna”. Il 14/10/2013 ill governo Letta decide di attuare l’operazione Mare Nostrum. Il 20/10/2013 con l’arrivo nelle acque a sud della Sicilia della nave da assalto anfibio San Marco e  con la prima missione di sorveglianza anti-immigrazione di un Breguet Atlantic del 41° stormo dell’Aeronautica, prende il via a tutti gli effetti  l’operazione “Mare Nostrum”  operazione inquadrata nell’agenzia Frontex. Il costo dell’operazione è di circa 400 milaeuro al giorno e durante l’operazione si sono registrati circa 3.360 tra cadaveri e dispersi. L’01/11/2014 finisce l’operazione Mare Nostrum. Dopo Mare Nostrum si è dato il via ad altre operazioni militari. Una affidata a Frontex e denominata “TRITON” e un’operazione di Polizia Europea, “MOS MAIORUM”.

La retorica umanitaria e quella militare si saldano in maniera sempre più forte e film (sempre della RAI) come come “La scelta di Catia – 80  miglia a sud di Lampedusa”  mandato in onda il 6 ottobre 2014 su Rai 3 svolgono la loro funzione di propaganda e di mistificazione.

Riportiamo una parte  della descrizione che si trova nel sito della RAI “Catia ha fondato su questa esperienza la sua missione e il suo modo di guidare e infondere motivazione nel suo equipaggio. I marinai quando indossano le tute sanitarie bianche e si apprestano a soccorrere i migranti sembrano trasformarsi in “angeli” involontari, loro che si erano formati per fare la guerra e che adesso si trovano a salvare vite nella desolazione di un Mediterraneo che a volte fa paura.”

nave militare

E’ notizia del 14 aprile 2016 che “ il mezzo anfibio descritto come un appoggio al soccorso dei migranti (844 milioni) si rivela una nave da guerra per gli F35 (1,1 miliardi)” e che “Ai parlamentari chiamati ad approvare il gigantesco stanziamento da 5,4 miliardi di euro nell’inverno 2014/2015, emerge dai documenti, Marina e Difesa fornirono all’epoca informazioni parziali o distorte sulla vera natura e la vera dimensione del programma. Si parlò di unità navali economiche e “a doppio uso”, con impieghi di soccorso umanitario e protezione civile, sottacendo dati e caratteristiche tecniche che avrebbero svelato le reali intenzioni dei militari e preventivando costi inferiori a quelli dei contratti stipulati dopo l’ok del Parlamento.

decreto nave

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/14/marina-militare-la-nave-umanitaria-si-trasforma-in-portaerei-ed-esplodono-i-costi-taciuti-al-parlamento/2634448/)

Anche nel campo della musealizzazione gli stessi soggetti che costruiscono l’immaginario collettivo hanno realizzato a Lampedusa il “Museo della fiducia e del dialogo”.

Recentemente Pietro Clemente pubblica su Dialoghi mediterranei un interessante articolo  sui musei dove fa una riflessione anche su Lampedusa.

Mattarella alla inaugurazione del Museo della fiducia a Lampedusa

“Sono gli oggetti, dunque, anche un mondo di potenze da esplorare, dotati talora di forza magica, come in alcuni musei africani e nativi americani viene ricordato, potenziali fondatori di musei e feticci dei collezionisti, ma anche realtà distinte per rintracciare fila antropologiche di vari mondi. Penso ora alle varie iniziative di museografia che stanno nascendo a Lampedusa intorno alla drammatica trasformazione di quell’isola in un interfaccia mondiale dei processi migratori dai sud ai nord del mondo. Penso alla mia perplessità per il progetto di Museo della fiducia, inaugurato di recente a Lampedusa dal presidente Mattarella e tante autorità, con opere dei grandi musei, un Caravaggio che viene dagli Uffizi, un documento archeologico dal museo del Bardo di Tunisi, il tutto “Verso un museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo”. Difficile affrontare il mondo migratorio con i nostri oggetti-simbolo tratti da musei che sono a loro modo espressione di una cultura di élite.

 Oggetti del Museo dei migranti a Lampedusa

Quanta immane fatica si spreca anche nel dialogo tra museali e potere: come non pensare che il grande progetto euro-mediterraneo del Museo di Marsiglia (figlio del MNATP di Parigi lì trasferito e inscatolato)  il MUCEM, Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée, cercava proprio di costruire una storia comune del mondo europeo e mediterraneo, ne ho seguito il percorso anche come inutile membro del Comitato Scientifico, e sarebbe stato lì a fare da riferimento per quel che avviene a Lampedusa, se non fosse stato depistato verso altri sentieri dal governo francese, per la gloria della Francia, non per il dialogo tra i popoli. Ricordo che all’inizio dell’estate del 2009 l’associazione Simbdea mandò una lettera di protesta al ministero francese della cultura, la cosa stupefacente fu che ricevemmo una risposta, ci scrisse l’allora ministro Mitterand, nipote dell’ex presidente socialista e membro del governo di destra, che ci tranquillizzò, ma la svolta ci fu e resta: di fatto il più grande museo francese sulla cultura popolare europea, creato da G. H. Riviére, è in scatola a Marsiglia. Si ricomincia sempre da capo, anche a Lampedusa. Gli si può dire che per una decina di anni studiosi seri hanno girato il Mediterraneo per tracciare percorsi di tecniche, di saperi, di materiali? Proprio nei luoghi che ora sono i centri delle guerre e che connettevano con le nostre storie medievali e moderne? Nessuno ti starebbe a sentire. Per il Museo della fiducia, si capisce la buona volontà, il disorientamento, assai meno  si capisce l’investimento in  quel che si crede un valore universale che onora l’accoglienza: pezzi da museo nel senso antico del termine.

Queste istanze epocali, che cercano di fondarsi sulle vite negate, sono più nell’opera  di Mimmo Paladino, la porta che accoglie simbolicamente  i morti annegati in quel mare, “La porta che guarda l’Africa in ricordo di chi non è mai arrivato”. E sono anche nei progetti di raccolta di oggetti migranti della associazione Askavusa (la scalza)  di Lampedusa (http://www.askavusa.com/about/), nelle foto di Matt Cardy agli oggetti abbandonati nei campi di permanenza dei profughi, in specie in Grecia.”

(http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/i-musei-tra-nuove-missioni-e-vecchie-immagini-orhan-pamuk-claudio-magris-e-il-senso-comune/)

Da anni associamo il nostro lavoro di recupero della memoria con l’analisi politica e storica, con la prassi quotidiana associando lo studio sulle migrazioni alle lotte sul territorio. Da tempo abbiamo rifiutato di far parte del grande apparato politico/mediatico e rifiutato finanziamenti da personaggi come Soros che fanno parte di quella galassia dei sostenitori dei Diritti Umani e della democrazia che hanno smantellato le conquiste dei lavoratori. Nella retorica tritacarne sono finiti anche gli stati nazione ultime istituzioni politiche a potere arginare l’espansione totale del capitale neoliberista, anche qui nella retorica del mondo senza muri e frontiere ripetuto come un mantra e svuotato di senso e collocazione politico/storica anche i più ben intenzionati si sono ritrovati nel discorso senza rendersene conto e anche qui Lampedusa gioca un ruolo importante “proteggere le persone non i confini” si legge davanti al muro prima di entrare sul molo favaloro (il molo in cui i militari portano i migranti) ma i confini sono un atto politico, come gli stati nazione che se abbattuti in un ottica comunista hanno un senso, abbattuti in un ottica capitalista e globalista ne hanno un altro.

Lampedusa insomma rimane uno dei centri di produzione del mito collettivo contemporaneo, un mito anche questo rovesciato. Un mito senza mito, popolato da “eroi normali”.

 

 

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Alcune delle lettere delle persone “migranti” di passaggio a Lampedusa salvate e conservate dal collettivo Askavusa.

(foto di Andrea Kunkl)

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