Lampedusa premio nobel?

Lampedusa premio nobel?

Può capitare, al termine di una breve ma intensa settimana nell’isola geograficamente più estrema del paese, può capitare se hai la fortuna di avere qualche amico che ti metta in contatto con le persone “giuste”, può capitare, come è capitato a me ed ai miei familiari, di venire a contatto con una realtà che è molto diversa dallo scenario consolatorio dell’isola dell’accoglienza e della Lampedusa candidata al Nobel, che ci ha tanto commosso ed anche inorgoglito, fra immagini di telegiornali, interviste nei talk-show ed apprezzamenti di Comunità Europea e Leader assortiti.

Può cominciare con un appuntamento in un luogo insolito per una famigliola di vacanzieri estivi: la discarica dell’isola.

Lì m’aspetta un lampedusano doc, che da anni si batte per la verità in questo pezzo di terra dove l’intero continente sembra avere dislocato la propria cattiva coscienza. E’, naturalmente, lontano dalle spiagge di sogno di noi turisti, in quell’interno isola punteggiato di casette “sgarrupate” e qualche carcassa d’automobile. Trovare la discarica è facile, mi basta seguire un’auto dei carabinieri, che parcheggia dietro ad un’auto della polizia, vicino ad un’auto della Finanza, dietro ad un blindato della celere, da cui scendono poliziotti in assetto antisommossa (giuro che non avevo ancora bevuto neppure un goccio!).

Scendo e vado incontro agli scioperanti: in tutto 16 operai (tutti i dipendenti della ditta appaltante del servizio raccolta RSU), qualche familiare e un paio di sindacalisti USB. Il rapporto rappresentanti delle forze dell’ordine/scioperanti e più o meno di cinque ad uno. Apprendo che scioperano per la più antica delle ragioni: vogliono essere pagati per il lavoro svolto. Non ricevono stipendi da marzo e da tre giorni sono in sciopero. Nei giorni precedenti avevamo notato, infatti, i mucchi di spazzatura aumentare di altezza in preoccupante progressione. Mi raccontano che in quel terzo giorno di sciopero l’impresa gli ha fatto pervenire telegrammi di sospensione dal lavoro ed ha inviato operai da Agrigento per sostituirli. Nell’incontro con il mio nuovo amico (sindacalista e molto altro), pochi minuti dopo la mia visita agli scioperanti, il Prefetto gli dirà che, invece di scioperare, gli operai avrebbero dovuto esser contenti che c’è gente in Italia che attende molte più che quattro sole mensilità (verità dolorosa, purtroppo, mi viene da pensare).

Nei giorni seguenti leggo altri documenti e scopro altri particolari sulla vicenda. La sospensione dal lavoro e dallo stipendio degli operai è durata quattro giorni ed è stata seguita da contestazione disciplinare, perché i giorni di sciopero autorizzati in base al codice di regolamentazione (così testualmente nella lettera) erano solo due. Qualche giorno fa è stato pagato lo stipendio di aprile. L’azienda, peraltro, considera giorno di erogazione degli stipendi il 15 del mese successivo (benché secondo il vigente contratto debbano essere pagati fra il 27° e l’ultimo giorno dello stesso mese) e l’interpretazione è condivisa dall’amministrazione comunale appaltante. L’impresa opera da anni in regime di proroga d’appalto.

Durante il viaggio di ritorno, i giornali ci informeranno che tutta l’isola (quella grande) è invasa dai rifiuti e che la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha concluso la sua visita  in Sicilia con durissime parole sul disastro di gestione e sul livello di infiltrazione della criminalità organizzata.

Spazzatura e diritti dei lavoratori a parte, si vive nell’isola una straniante sensazione di guerra latente, che si prova incrociando di continuo una gran quantità di mezzi di tutti i tipi di forze dell’ordine e militari, oltre a quelli nautici ormeggiati in porto e rasentando, quando ci si reca in spiaggia o si va alla ricerca di “angoli da sogno”, strutture residenziali militari lungamente recintate da filo spinato. Scopro poi che a Lampedusa si trovano ben sei radar militari, più altre due strutture celate che si suppone ne custodiscano altrettanti. Gli scopi, ovviamente, sono coperti da segreto, ma, se si pensa che ci troviamo più a sud di Tunisi e vicino alle coste libiche, in tempo di guerre sante e meno sante, non è difficile immaginarne diversi.

C’è poi il centro che accoglie i migranti: hot spot lo chiamano. Dal 21 settembre 2015 a Lampedusa è partita la sperimentazione del primo dei sei hot spot chiesti dall’Europa per l’identificazione dei migranti che arrivano dal Canale di Sicilia: Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Porto Empedocle, Augusta, Taranto. E’ un’entità priva di base giuridica utilizzata per identificare le persone (migranti) e poi smistarle in altri centri, L’UE ha un ruolo e una presenza fondamentale all’interno degli Hotspot attraverso Frontex e Europool.

“E’ stato fatto qui perché è qui, come abbiamo visto in televisione ed al cinema e come  abbiamo letto sui giornali, che avviene il maggior numero di sbarchi”, penso e dico ai miei nuovi amici. Invece no.

Dal 2002 gli sbarchi sono praticamente finiti. Ci sono ogni tanto delle barche che arrivano direttamente sull’isola ma è veramente raro. Le barche della marina militare e in seguito (con una accelerazione dal 2013 in poi) l’apparato militare europeo con Frontex in testa prelevano i migranti direttamente davanti le coste della Libia e poi li portano a Lampedusa o (dipende dal momento e da varie cose) in Sicilia.  Se poi qualcuno ha la curiosità di sapere quali siano le condizioni in cui versano gli ospiti dell’hot spot di Lampedusa e non ha li cuore troppo tenero, può andare a vedere qui le immagini fatte filtrare dell’interno il sette luglio scorso: https://askavusa.wordpress.com/2016/07/07/tutto-grasso-che-cola/

A questo punto chiedo al mio amico lampedusano quale pensa siano le ragioni di queste scelte, vi trascrivo testualmente la sua risposta:

Il centro di detenzione per migranti di Lampedusa dal 1994 è stato usato come luogo dove sperimentare politiche, prassi e specialmente “STATI D’ECCEZIONE” da esportare in Europa e anche nei paesi di transito dei “migranti”. Ha svolto la funzione di catalizzatore della militarizzazione dell’isola giustificando la presenza di militari, strutture militari e navi, elicotteri aerei militari. La commistione Umanitario/Militare qui si salda perfettamente e diviene la prassi quotidiana. Nel centro di detenzione per migranti di Lampedusa si fa un notevole profitto. Il centro è stato da sempre meta di visite di vari soggetti che li trovano lo scenario perfetto per giustificare le politiche europee sulle migrazioni che quasi sempre in realtà ascondono scelte militari. Dovremmo chiederci a Perché queste persone scappano dal loro paese? Che ruolo hanno gli stati “occidentali” nella destabilizzazione di quei territori? Nella produzione e vendita di armi? E perché chi viaggia non può farlo in maniera regolare? Perché si deve ricorrere sempre ai militari salvatori di vite umane? Spesso i “migranti” pagano cifre enormi per viaggiare ed in più arrivano in Europa con altri contanti. Se questi soldi si sommassero ai milioni di euro spesi in questi anni per militarizzare le frontiere e per gestire i centri per migranti arriveremmo a cifre spaventose. Se questi soldi fossero stati investiti per regolarizzare i viaggi e garantire lavori dignitosi ai lavoratori la situazione sarebbe assai diversa ma ovviamente chi produce armi, chi aspira a depredare petrolio e materie prime, chi gestisce i centri per migranti, chi produce sistemi di controllo di ultima generazione ha tutto l’interesse che le cose continuino cosi e anzi si complichino ulteriormente.”

Sull’aereo che ci riporta a Palermo penso alle scene televisive che mi hanno strappato lacrime, alle narrazioni intorno all’enorme cuore mostrato dai lampedusani ogni volta che c’era uno sbarco e penso (ne sono certo) che quella generosità era vera, però rappresentata in uno spettacolo di cui erano gli inconsapevoli protagonisti. Uno spettacolo benissimo allestito e messo in scena per altri ed inconfessabili scopi. Guardo dal finestrino e penso a dei ragazzi dalle lunghe barbe nere e dagli occhi verdi, che senza sosta, da anni ed a dispetto di tutto cercano di far conoscere la loro contronarrazione:   https://askavusa.wordpress.com

e.

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