Un posto da dove ci si tuffa !

Sulla costa sud-orientale dell’isola c’è un posto da cui ci si tuffa: Le Grottacce.

La macchia mediterranea si allarga sulle rocce sin sul bordo dove finisce l’isola, con i tronchi che si arrampicano intorno ai tralicci incorporei e invisibili del vento. Tuffarsi dalle Grottacce significa saltare da quindici metri e forse più. Da lì dimostravi di non avere paura, dimostravi che sapevi saltare, coi sassi bianchi sotto l’acqua smeraldo che si avvicinavano all’improvviso, schiacciandoti lo stomaco e il cuore sin dentro la gola. E se invece la paura ce l’avevi, alla fine ti tuffavi uguale, ché tanto c’erano un sacco di bambini lampedusani che si buttavano giù a frotte, con noncuranza, a farti sentire un incapace se non provavi anche tu. Almeno una volta.

I ragazzi e le ragazze dell’isola ci andavano spesso: era vicino al paese e potevi buttarti a bomba, a chiodo, oppure farci il volo dell’angelo, conficcando le braccia e la testa nel velo d’acqua sopra i massi bianchi. Li guardavo con invidia quei saltatori. Stavano sul bordo frastagliato e spezzato dello scoglio, che pareva quasi la rovina di un arco di scomparse civiltà. Si mollavano con un passo appena sospinto, inarcavano la schiena, come la chiglia curvosa che beccheggia, sollevandosi per poi ridiscendere. Restavano poi per un lunghissimo attimo così, con le braccia distese all’altezza delle spalle, ad abbracciare in volo tutti gli sguardi di chi li osservava. Poi, come per una coscienza propria, nascosta in quei corpi sospesi in volo, i saltatori ruotavano puntando verso il mare che si faceva precipitosamente vicino. Come l’ago di una bussola viene richiamato dal Nord magnetico, la testa puntava verso i sassi bianchi sommersi. Le dita dei piedi, flesse e raccolte come grani di un rosario, sfidavano il cielo e solo all’ultima scheggia di aria le braccia, drizzandosi intorno al capo, si si facevano cunei per penetrare nell’acqua.

Poi misero un radar lì vicino, al Malucco. Dopo che gli yankee avevano bombardato la Libia. E sono morte persone. Anche i baracchini delle barche da pesca, quando navigavano lì vicino, facevano dei versi strani, ansimavano con dei singhiozzi pulsanti.

Da lì si tuffavano i bambini. Non lo sapevano ma volavano dentro le onde dei radar.

Quando dormii la prima volta con una ragazza la baciai qui, sull’isola. Poi lì vicino hanno montato le tende dei militari, mimetiche, con i computer e le radio. Così non c’era più posto per i camper, per i baci, per guardare le stelle, ché se ti avvicinavi ti chiedevano «Cosa siete venuti a fare?» e ti puntavano fasci di luce arroganti con le loro torce lucide.

Al faro di Grecale ci si andava per vedere l’alba.

Il sole spuntava ad est, dopo aver spinto via la notte che già si era fatta pallida e debole. Stavi lì, tra le rocce sospese e quando era ventoso era bello guardare la schiuma farsi dorata. Ora vicino al faro c’è un radar potente, brutto, scuro come un dente marcio dentro ad un sorriso. Ci è stato detto: «Attenti! È pericoloso! Non avvicinatevi troppo a quel posto». Solo che così si perdono le albe. E se perdiamo le albe i giorni si smarriscono e vagano ciechi. Così si perde la schiuma ventosa che sale con lo scirocco o scende tagliente, in discesa, quando tira maestrale.

A Ponente andavo a vedere i falchi disegnare traiettorie impossibili lungo gli strapiombi. I tramonti da lassù restano in equilibrio sopra la curva del mondo, che da lì ti abbraccia con un immenso liquido che ti toglie il fiato. Ma lì adesso è pieno di radar. Si fa fatica a contarli. Per essere sicuro di quanti sono devi andare lì, contarli senza farti vedere, perché non puoi avvicinarti alle basi militari e guardarci dentro.

«Anche se sono in mezzo ad una riserva naturale»?

«Anche se sono in mezzo ad una riserva naturale. Devi stare a distanza e guardare da un’altra parte».

Allora ho pensato agli uccelli. Quelli mica lo sanno che c’è una base militare e che non ci si può guardare dentro. Là ci fanno i nidi.

«Come si fa con gli uccelli»? La riserva è stata fatta anche per loro.

«Cacceremo anche loro. Non si può violare il segreto militare».

Ci sono le basi militari a Ponente: marina, aeronautica, guardia costiera. Ognuna ha i propri radar, perché con la scusa dei migranti dobbiamo fare le guerre. E se fai la guerra devi essere sicuro e allora monti tanti radar tutti uguali. Che se uno si rompe perdi la guerra e non si può perdere, in guerra. Così spendi milioni per istallarli, ché poi li devi sostituire dopo qualche anno, così l’economia gira un po’. Chiedi magari aiuto ai sionisti, che loro sono bravissimi a fare le guerre, ad ammazzare quando ancora sei un bambino, così sono sicuri che vincono facile. Tu prepari la guerra, le guerre fanno aumentare i migranti, fai le leggi giuste e sei sicuro di farne morire un po’ annegati in mare: così c’è l’emergenza, che la gente la fai commuovere e ti chiederà di avere altri mezzi militari per salvare i migranti. Però tu li fai annegare dopo che con la guerra li hai fatti fuggire e se aumenti i radar aumenti le guerre e quindi è tutto complicato, tutto falso. Così il palcoscenico della commozione serve a fare piangere diritti umani, carri armati, fregate, droni e missioni di guerra.

Ci sono anche le antenne che fanno la guerra elettronica e che spiano. Che se fanno davvero la guerra credo che i primi a morire saranno gli uccelli. Non credo vi siano monumenti alla memoria per gli uccelli che cadono. I monumenti agli innocenti, del resto, non si dedicano quasi mai. Poi un monumento nel cielo non lo puoi fare, ché sarebbe presuntuoso. Nessuno li ricorderà, spariranno così, un tonfo sordo dopo l’ultimo battito d’ali. Rimarranno solo i droni, nel cielo.

Quindi non si può più andare a Ponente a guardare i tramonti sospesi sul mondo.

Ad Albero Sole non ci puoi andare più perché i militari hanno deciso che è tutto loro e se ci vai le onde elettromagnetiche ti fanno male. Non le vedi ma ci sono e sono potenti. Dicono che i militari che vanno a visitare i radar hanno le tute di piombo. Ma non puoi andare a vedere i tramonti con le tute di piombo. Devi lasciare che i tramonti possano attraversarti. Solo che così passano anche le onde elettromagnetiche. E agli uccelli non puoi chiedere di volare con ali piombate.

Ormai i pescatori hanno poco pesce perché il mare è stanco.

«Un ci su sordi pi paari u’travagghiu ru piscaturi», «Non c’è prezzo per pagare la fatica di un pescatore», mi dice sempre un mio amico che ha vissuto il mare. Ora i pescatori sbattono sui relitti dei migranti, affondati in segreto dalle “missioni di salvataggio”. Rompono reti, verricelli, rischiano di affondare a loro volta. È la guerra, la guerra umanitaria. E il mare così muore piano, il mare è una vittima di guerra, insieme a tutto ciò che abbraccia. E il mare abbraccia ogni cosa. Siamo tutti vittime di guerra.

Contrada Imbriacola era una delle poche zone rimaste fertili.

È un vaddune, una stretta gola che ha trattenuto della terra bella, rossa, fertile. La terra è rimasta, le pareti della forra riparano dal vento, così che un po’ di coltivazioni, anche di alberi da frutto, potevano crescere bene. Ora c’è il Centro. Il cancello sbarra la via e i casermoni sono incastrati in fondo al vallone, come delle cisti, come metastasi. C’era un cimitero militare prima, ma hanno divelto tutto per fare spazio all’emergenza cronica e programmata. «Chi muore giace chi vive si dà pace», si diceva un tempo. Ora però chi muore non viene lasciato giacere e chi vive fa la guerra sopra i morti.

Vogliono cacciare via la gente di Lampedusa da quest’isola.

C’è sempre stato qualcuno che ha deciso, dall’alto, da lontano, dal continente, cosa Lampedusa doveva essere. Carcere, confino, base militare, centro di detenzione. Tutti quelli che hanno deciso non conoscevano il suo odore, la sua luce, la fatica delle sue genti, le bestemmie dei suoi pescatori, l’arsura della sua siccità, l’asprezza del suo paesaggio calcareo che ti ferisce gli occhi.

Nessuno si è mai posto il problema del punto di vista di Lampedusa, nessuno ha mai pensato a chi ci vive e a chi ci è nato come a dei pari. Non hanno mai contato nulla.

È il colonialismo, del resto. Se sei colonia sei un’immagine rappresentata e diretta da chi decide per te. Sei l’oggetto di narrazioni altrui. Sei il buon selvaggio o il barbaro distruttore.

In ogni caso sei sempre un gradino sotto il soggetto pieno, libero, autonomo. In ogni caso sei sotto tutela, sei da omaggiare o da condannare, ma non puoi non venire valutato. C’è sempre un punto di vista superiore al tuo che deve pronunciarsi sul tuo conto. Sei da esporre, da mettere in mostra: un tempo erano i musei di antropologia e gli zoo umani, adesso sono i palcoscenici dell’informazione libera, democratica e pluralista. Lo spettacolo che non deve fermarsi, mai. Il buon selvaggio o il barbaro incivile. Se sei colonia sei comunque forzato ad essere l’incarnazione di un’essenza che ti dà forma dall’esterno, sei l’incarnazione di un’idea. Buon selvaggio o barbaro distruttore, accogliente/umanitario o intollerante/xenofobo. Sempre essenze statiche, calate dall’alto. Del resto l’imbonitore radical-shit del ceto medio di sinistra, Ascanio Celestini – pagato con i soldi del Ministero degli Interni e del destabilizzatore nazista-NATO Soros – lo ha anche proclamato: «a Lampedusa una produzione culturale vera e propria non è mai stata fatta». Allora Lampedusa non avrebbe cultura. Se è così deve essere guidata, tenuta per mano, come un bimbo incerto ai suoi primi passi.

Quindi pesca e turismo devono morire, sgozzate sull’altare del diritto umano e dell’accoglienza, un altare che maschera un avamposto militare come un luogo di catarsi umanitaria. Lo dice pure il Papa.

Così l’Europa viene a celebrare la sua politica genocida a Lampedusa. Del resto l’Europa è premio Nobel per la pace….. Si spaccia per celebrazione del diritto la gentrificazione armata di una comunità, l’espulsione socio-economica dei suoi abitanti, della loro cultura, delle loro vite, delle loro storie, delle loro memorie. Verranno i pupi del del potere, gli scendiletto degli USA e dell’UE a dire ai lampedusani e alle lampedusane come devono vivere.

Ma sanno bene che stanno lavorando per cacciare via ogni forma di civiltà da quest’isola.

Ma quest’isola non gli appartiene. Non è loro. È di chi ci è nato, di chi ci vive, di chi la ama. È nostra. I territori sono nostri, non appartengono a questi sgherri del potere, ai loro appetiti, alla loro arroganza.

Io voglio tornare a nutrirmi di un’alba dal faro di Grecale, un’alba libera dai radar. Voglio i tramonti segnati dai falchi, ad Albero Sole, senza antenne di guerra e senza radiazioni elettromagnetiche. Non voglio i morti accatastati sulle banchine né i lampedusani costretti a partire per cercare lavoro.

Voglio tornare a tuffarmi nell’acqua e non tra le radiazioni di guerra.

Fabrizio Fasulo

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