Le catene di Spartaco. Bollettino resistente / N1. «Nel paese della bugia, la verità è una malattia»

spartaco_crocifissi

«Nel paese della bugia, la verità è una malattia»

«Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace». (Tacito)

«Spartaco emerge come uno dei migliori protagonisti dell’intera storia antica. Un grande generale (a differenza di Garibaldi), un carattere nobile, un genuino rappresentante dell’antico proletariato». (K. Marx)

Bollettino resistente / N1

Marzo 2015

Riprendono le comunicazioni clandestine. Riprendono i comunicati di guerriglia. I messaggi sotterranei riprendono a scorrere lungo i cunicoli di chi non si arrende. Col Generale Giap nel cuore. Dall’inferno di chi è già stato all’inferno di chi è ancora.

La nebbia sale presto qui, nel cerchio degli anticipatori sconfitti, nel girone dei crocifissi.

C’è un vento freddo che la solca a brandelli e la fa scivolare via veloce, come un respiro frettoloso esalato in un mattino troppo freddo. Se piego appena la testa la vedo scorrere tra le dita.

Riesco ancora a a muoverle. Con sforzo le sollevo dal legno inchiodato e incrostato da un sangue millenario.

La nebbia sale presto qui. Anche sulla via Appia, al mattino, dopo la sconfitta, c’era la nebbia.

Ma la nebbia non ci impedisce di vedere.

Ci è giunta l’eco delle vittime dell’Impero e delle colonie. Ci è giunto un grido di un’isola violentata e di una moltitudine sradicata.

Quella che segue è la comunicazione ai compagni resistenti, il nostro contributo alla guerra psicologica contro l’aquila a stelle e strisce e contro i suoi satrapi.

Non siete soli. L’Esercito Arabo Siriano, le milizie del Donbass e il popolo antigolpista in Venezuea lasciano ben sperare.

Da anni Lampedusa è costretta ad essere palcoscenico passivo di due grandi rappresentazioni distorcenti, di due grandi narrazioni in grado di occultare la realtà e di produrre effetti politici di notevole portata. Due grandi teatralizzazioni apparentemente contrapposte ma in realtà complementari: superfici di uno stesso fenomeno, facce dello stesso Giano.

Da un lato l’Isola dell’accoglienza, della bontà e dell’abnegazione, in cui il migrante – totalmente passivizzato a semplice destinatario ultimo di cure d’emergenza – trova coperte, acqua e cibo, dispensati da “eroi” e da operatori “umanitari”.

Dall’altro lato le immagini dell’invasione, dell’«esodo biblico», delle «maree umane» che, come fenomeni naturali (dunque non evitabili), vengono visti come le uniche forme attraverso cui le migrazioni possono esprimersi e contro cui occorre difendersi.

I copioni apparentemente contrapposti convergono invece verso lo stesso finale. Poco importa se uno solletica paternalisticamente i buoni sentimenti neocoloniali di chi si volge verso il più “sfortunato”, il quale conferma fattualmente, in quanto semplice corpo da accudire, la superiore civiltà del salvatore amorevole; poco importa se l’altro canovaccio stuzzica invece il tradizionale colonialismo più bellicoso e aggressivo e più dichiaratamente razzialista del «mandiamoli a casa». Si tratta dunque di messe in scena complementari. Entrambi i binari lungo i quali viaggia spedita la disinformazione generalizzata, infatti, puntano dritti verso la sistematizzazione dell’emergenza. Emergenza umanitaria, emergenza immigrazione, emergenza sbarchi. Sia per chi nasconde il freddo ghigno del suprematismo occidentale dietro un abbraccio viscido, sia per chi, meno subdolamente, agita il pugno furente, la risposta è sempre la stessa: MILITARIZZAZIONE.

Per mezzo di una rappresentazione e di una gestione politica pretestuose, le migrazioni sono infatti diventate, nel mondo unipolare post-1989, ottime giustificazioni per approntare ed implementare vecchi e nuovi dispositivi militari. I flussi via mare costituiscono una quota minoritaria dei movimenti cosiddetti “irregolari”: nonostante ciò, negli anni, sono state stanziate risorse ingenti per creare una cintura militare che si dispiega in un’area geopoliticamente di grande interesse. Che sia per “salvare” vite o per “scacciare” i “clandestini” poco importa. La macchina da guerra è stata e viene proposta come la risposta a tutto.

La popolazione e il territorio stesso dell’isola di Lampedusa hanno subito e subiscono le conseguenze di questo stato d’eccezione permanente, di questo paradigma dell’emergenza ordinaria: decine di radar, installazioni militari varie, ingente presenza di organici delle forze armate, con conseguente militarizzazione del territorio e un forte impatto sulla salute e sulle relazioni sociali ed economiche dell’isola. A fronte dei milioni di euro spesi per armare il Mediterraneo, molti diritti primari sull’isola vengono sistematicamente disattesi. La permanenza della popolazione è così resa disagevole, incentivando così un processo di lenta espulsione (anche grazie ai nefasti effetti sul turismo dell’aver eletto Lampedusa ad avamposto da cui mettere in scena periodicamente la solita emergenza umanitaria): un’espulsione che favorisce la trasformazione dell’isola in una grande portaerei calcarea.

Le due grandi narrazioni di cui Lampedusa è vittima hanno visto il ruolo attivo del mondo dell’informazione, della politica e del professionismo dell’accoglienza.

Senza la complicità di un giornalismo d’accatto, votato allo scoop sensazionalistico, magari decorato di morti e di macabro voyeurismo, non si sarebbe potuto costruire l’attuale senso comune intorno alla questione migratoria. Un giornalismo che si è mostrato globalmente incapace di andare oltre la spettacolarizzazione, indagando le cause delle migrazioni o i meccanismi perversi con cui queste vengono gestite in Italia e in Europa. Il migrante è quasi sempre rappresentato e proposto come il viaggiatore della speranza, da proteggere e accudire. Nulla sul prima né sul dopo: nulla sulle cause della migrazione né tanto meno su quello che sarà il destino di chi in Europa arriva, del lavoro che svolgerà, delle garanzie che non avrà. Silenzio assoluto anche sulle lotte degli immigrati: il migrante deve rimanere tremante, affamato, infreddolito e bisognoso di cure: mai potenziale soggetto politico (né prima né dopo l’aver migrato) ma oggetto di cure che nobilitano la civiltà del buon samaritano di turno.

Paternalismo razzista dell’accoglienza miliardaria e securitarismo razzista di facciata. Le due facce, dicevamo, dello stesso Giano. Ma il Giano antico vigilava sulle porte, sui passaggi, perché capace di vedere il passato ed il futuro. Il passaggio Mediterraneo, oggi, dove le vittime dell’Impero sciamano come gli abitanti dell’erba durante gli incendi divoratori, è presidiato da un Giano mostruoso e necroforo. Le sue orbite sono state svuotate e lacrimano impotenti il sangue di un continente smembrato. Cieco alle cause del migrare e indifferente a ciò che ne sarà dei migranti, passato e futuro non sono più intellegibili. Resta solo un farfugliare delirante di un presente eterno, quello del consumo, del business, del capitale umano, dell’emergenza che, dopo che la colonia ha consegnato la carne umana alla catena di montaggio, la trasforma in prodotto finito, in servizi di accoglienza e in garanzia del diritto umano.

Se l’informazione mainstream ha fatto circolare esponenzialmente il copione di menzogne e di finzione, gli attori protagonisti e gli sceneggiatori erano altri. La politica europea ed occidentale degli ultimi decenni ha la responsabilità di avere generato questo stato di cose. Se da un lato le politiche imperialiste e neocoloniali hanno continuato a produrre le cause delle emigrazioni, dall’altro tutta la legislazione dell’Unione Europea mira a produrre immigrati irregolari da poter sfruttare nel mercato del lavoro interno, come involontaria leva per favorire il conflitto capitale-lavoro.

Ma nella grande liturgia delle falsità da tardo impero un ruolo fondamentale è stato svolto dalla cupa e plumbea galassia dei “diritti umani”. Una galassia in cui si distinguono le ONG guerrafondaie, le stesse che provano a spacciare falsità per oliare gli ingranaggi delle guerre giuste dell’occidente, guerre che sterminano i popoli i cui superstiti poi vengono amorevolmente accolti dalle stesse ONG, lautamente pagate per farlo. Le stesse ONG contribuiscono a destabilizzare i territori e le aree che fanno gola ai padroni del mondo, rappresentando la testa di ponte della penetrazione della governance neoliberale e imperiale; le ONG diventano fucine di classe dirigente neocoloniale e collaborazionista nei paesi da cui poi, guardacaso, un flusso di migranti non manca mai, specie se sono stati omaggiati di forti dosi di esportazione democratica, magari con una spolverata di uranio impoverito.

Altri astri del firmamento del dirittumanismo sono le varie Lega Coop, Misericordie, Croci Rosse & Co. che nei vari campi di detenzione sulla pelle dei migranti costruiscono affari milionari. Il migrante diventa così vera e propria materia prima di un processo di valorizzazione che per poter perdurare necessita che il paradigma dell’accoglienza emergenziale resti l’unico operativo.

Da Lampedusa è anche passata la corazzata di George Soros, l’Open Society armata fino ai denti di diritti umani: dopo aver sparso disordini per mezza Asia e sostenuto i nazisti ucraini ha anche stretto un accordo con l’amministrazione comunale dell’isola. Open Society che ha anche finanziato Sabir, il grande rito della sinistra dirittumanista e guerrafondaia italiana, insieme con l’Arci, cooperative varie, protetta dai fucili di “Mare Nostrum” e sotto lo sguardo benevolo della semper piangente Boldrini.

Sull’isola continuano le solite strategie di emergenza indotte dalla politica, in un quadro a cui si aggiunge stavolta anche il comodo spauracchio del terrorismo internazionale. Una creatura come l’ISIS, generata, finanziata, armata e manovrata dai servizi segreti occidentali e dalle petromonarchie, assurge così al comodo ruolo del barbaro sanguinario, perfetto così per giustificare l’interventismo genocida e bellico dell’impero a stelle e strisce e dei suoi accoliti.

La sovranità politica del paese è ancora una volta ridicolizzata e vanificata dalla vicenda Muos, che costringe la Sicilia a far parte dello scacchiere bellico americano che si sta inesorabilmente muovendo.

Le menzogne ed il controllo ferreo sull’informazione sono parti integranti di questa strategia politica, esattamente come è stato e continua a verificarsi a Lampedusa. In linea con il teorico della CIA, Gene Sharp, destabilizzazioni e terrorismo vengono alimentati se utili all’egemonia atlantica, e fatti passare per rivoluzioni democratiche (Libia, Siria, Venezuela, Ucraina). Anche il golpismo nazista in Ucraina viene trasformato, da un’informazione asservita e complice, in una delle tante rivoluzioni colorate, bisognosa di “più Europa e diritti umani”, per cui quelli brutti sporchi e cattivi sarebbero, guardacaso, gli ucraini di lingua russa.

La capitolazione di un’intera area politica e la supinità di un giornalismo straccione alla strategia delle false flag sono state lampanti nel caso della strage di Odessa, rispetto alla quale un giornale come l’Unità (che per fortuna ha smesso di profanare la memoria di Gramsci) blaterava di una responsabilità dei “filo-russi” nel criminale eccidio.

Seguiranno altre comunicazioni. Il rischio di venire intercettati è troppo alto.

Restate in ascolto.

Buona resistenza a tutti

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...