Con i compagni di Casa Sankara

Diffondiamo l’articolo di Elettra Griesi uscito su L’attacco del 21 Febbraio 2015 riguardo il progetto dell’ecovillaggio Casa Sankara in Puglia.

sancara

Questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di come fare business sulla pelle dei migranti sia oramai pratica comune e affermata. Proprio come a Lampedusa, a Mineo, a Roma e nel resto del Paese, gli imprenditori del sociali, le istituzioni e le organizzazioni umanitarie del sanseverino hanno sfruttato il progetto Casa Sankara finché faceva notizia e rendeva in termini economici e di prestigio, per poi abbandonare i suo promotori quando la faccenda è diventata scottante.

Ad oggi i membri  dell’associazione Ghetto Out sono soli e lottano con enorme difficoltà conto chi li vuole cacciare dalla loro casa, denunciandoli o rendendo impossibile la loro vita. Ancora una volta, i giornali velocizzano ancora di più questo processo diffondendo informazioni sbagliate e diffamando chi lotta quotidianamente contro lo sfruttamento dei migranti e dei lavoratori.

AL FIANCO DEI COMPAGNI DI CASA SANKARA, CONTRO OGNI FORMA DI SCHIAVISMO E SFRUTTAMENTO!

….. e poi non rimase piú nulla, solo profonda e sconcertante amarezza

Ricordo bene quando da bambina ogni giorno attendevo con grande ansia l’arrivo della sera perpotermi spensieratamente addormentare in braccio al mio papá, facendomi cullare da dolci e fantasiosi sogni. Ma, a volte, quei sogni si trasformavano, senza che io potessi evitarlo, in incubi privi di dimensione spaziale e temporale, dai quali cercavo di svegliarmi dimenandomi e gridando a squarciagola nulla potendo contro gli spaventosi avvenimenti che si susseguivano nella mia mente di bambina. Questa lettera aperta nasce dall’esigenza di portare la mia testimonianza in una vicenda che, da sogno meraviglioso, si é trasformata in un incubo in cui ho deciso di assumere una posizione ben precisa e di gridare con gran forza la mia veritá, proprio come accadeva durante i miei incubi di bambina.

“Ecovillaggio multietnico per l’inclusione sociale e lavorativa”. Questa frase ha segnato l’inizio di un’esperienza di vita che ha completamente rivoluzionato il mio concetto di giustizia sociale e ribaltato i miei punti di riferimento. In cerca di un modo per potermi rendere utile nella lotta al caporalato in Puglia e Basilicata, luoghi di cui sono originaria, mi imbattevo in un bellissimo e promettente progetto nel sanseverese, un’iniziativa portata avanti da un’associazione di migranti (“Ghetto Out”) che, unitamente all’ “Art Village” di San Severo, iniziava un percorso che perseguiva come obbiettivo finale la chiusura del ghetto di Rignano, abitato da lavoratori stagionali provenienti prevalentemente dal sub-Sahara, ed il loro progressivo trasferimento in un’ecovillaggio autocostruito con materiali sostenibili presso Casa Sankara. Dopo una breve valutazione, intuivo la natura rivoluzionaria del progetto, un’iniziativa con valenza sociale, politica ed economica senza eguali in Europa. Tale considerazione mi spingeva, dato il mio lavoro da ricercatrice sulle dinamiche sociali e culturali rapportate allo spazio e al luogo, a riconsiderare l’iniziativa come un mio possibile progetto di ricerca. Dopo un primo difficile contatto con il Sig. Tonino D’Angelo (direttore dell’ “Art Village”), preparavo tutto il materiale necessario per un sopralluogo preliminare a Casa Sankara, o anche conosciuta come Albergo Diffuso, un luogo che, inizialmente, rappresentava per me, ed, in particolare, per protagonisti facenti parte dell’Associazione “Ghetto Out”, un contenitore di speranze per un cammino verso la legalitá e giustizia sociale ma che, piú in avanti, sempre piú veniva utilizzato come IL “dispositivo” nel pensiero foucaultiano: uno spazio dalla natura strategica, un luogo iscritto in un gioco di potere in cui concentrare forme di manipolazione, sviluppandole in particolari direzioni, arrestandole e stabilizzandole in funzione degli obiettivi perseguiti in un determinato momento x. Mentre, i migranti che sin dall’inizio di suddetto progetto risiedevano a Casa Sankara, venivano dipinti nei piú svariati e differenti modi, proiettando su di loro ruoli e comportamenti che piú rispecchiavano le esigenze del momento, essendo stati resi, cosí, “vittime” di un gioco di potere e di sapere e “oggetti” iscritti e facenti parte del dispositivo foucaultiano. Cercheró di essere piú chiara e racconteró nel dettaglio la mia esperienza di cinque mesi vissuti per quasi 24 ore al giorno in suddetta struttura. Dopo un mio primo sopralluogo a Casa Sankara, tenutosi ad aprile 2014, facevo ritorno in Germania per preparare il materiale che mi occorreva a poter svolgere la ricerca sul progetto di autocostruzione che avrebbe dovuto aver luogo alcuni mesi dopo ma che mai é stato realizzato. Non dubito della buonafede iniziale del Sig. Tonino D’Angelo nel voler portare avanti tale progetto ma credo che col tempo, e col sopraggiungere (non precedentemente programmato) dei richiedenti asilo a Casa Sankara, qualcosa sia cambiato: Nell’agosto 2014 mi trasferivo dalla Germania a San Severo per dare inizio alla mia ricerca di campo. In quel momento, e da aprile 2014, erano accolti presso tale struttura circa 60 richiedenti asilo della cui accoglienza si occupava, materialmente, un gruppo prevalentemente composto da senegalesi, le stesse persone dell’associazione “Ghetto Out”, alcuni di loro rivenienti dal ghetto di Rignano, altri con alle spalle un passato di esclusione sociale e lavorativa, tra cui i referenti del progetto dell’ecovillaggio Ange Dieynaba Traore (presidente dell’Associazione “Ghetto Out”), Mbaye Ndiaye e Papa Latyr Faye, in tutto 13 persone. Il clima che regnava in quel periodo a Casa Sankara era prevalentemente disteso, a parte qualche piccola tensione data dalla natura di un luogo utilizzato, a quel tempo, per l’accoglienza dei richiedenti asilo: Tali spazi risultano infatti essere caratterizzati, sia a livello nazionale che internazionale, da forti tensioni interne tra i richiedenti asilo, tensioni che scaturiscono, tra le altre cose, dall’essere “incatenati” ed impotenti di poter decidere dei propri destini. Contrariamente a quanto riscontrato nei numerosi centri di accoglienza da me precedentemente visitati in Italia e non solo, Casa Sankara risultava essere un’eccezione alla regola. Il gruppo su citato e composto prevalentemente da senegalesi, che risiedeva a Casa Sankara giá prima dell’arrivo dei richiedenti asilo, si occupava nella sua totalitá di fornire assistenza e servizi ai richiedenti asilo, mettendo a disposizione risorse umane. Si occupavano di fare la spesa, cucinare, lavare i piatti, pulire gli spazi comuni, accompagnare i richiedenti asilo in ospedale (di giorno e di notte), e, altresí, di una sorta di vigilanza per la sicurezza degli ambienti. Insomma, quanto necessario a rendere dignitosa l’accoglienza di 60 persone. Mentre, la Cooperativa “L’Albero del Pane”, in cooperazione col Sig. Tonino D’Angelo, si occupava della contabilitá e gestione dei fondi statali stanziati per portare avanti suddetta accoglienza. Ricordo molto bene l’entusiasmo, l’impegno e la qualitá del lavoro svolto dai “ragazzi” di Casa Sankara, sia pure con delle imperfezioni non trattandosi di persone che disponevano di una professionalitá per l’accoglienza di richiedenti asilo, e, spesso, lo sfinimento data l’intensitá del lavoro svolto per quasi 24 ore al giorno, soprattutto per alcuni di loro. Ricordo bene come il Sig. D’Angelo era fiero “dei suoi ragazzi” e li vantava ai quattro venti. Ricordo di aver potuto visionare alcune mail tra il Sig. D’Angelo, la Sig.ra Annamaria Nesta, presidente della Cooperativa “L’Albero del Pane”, ed i referenti del progetto di Casa Sankara in cui i primi due parlavano di dover effettuare loro dei contratti di lavoro e provvedere ad un’adeguata retribuzione. E ricordo con amarezza come il progetto si avviava verso l’autodistruzione, invece che verso l’autocostruzione, quando a settembre 2014 il gruppo di senegalesi chiedeva contratti di lavoro e retribuzioni che, da aprile 2014 fino a quel momento, non avevano mai ricevuto poiché “tra loro non vi era mai stato un rapporto di lavoro”, come sottolineava il Sig. D’Angelo nella sua risposta alla richiesta. Sconcertata da tale comportamento, iniziavo a chiedermi se fosse questa la giustizia sociale che fino a quel momento era stata sbandierata ai quattro venti e se fosse questo il rispetto nei confronti del lavoro altrui e nei confronti di persone che fino ad allora avevano avuto fiducia in una giustizia sociale ed in un cambiamento possibile e lottato per la realizzazione del loro sogno. Un lavoro per cui erano previsti fondi statali! Iniziavo a chiedermi se tale comportamento non avesse il retrogusto di una logica imperialista che molto pretende ma nulla concede, un comportamento in contraddizione con gli obiettivi perseguiti nel progetto dell’ecovillaggio. Ma quel momento rappresentava solo l’inizio di un incubo. Dopo l’allontanamento dei richiedenti asilo da Casa Sankara, questione che illustreró piú avanti in maniera dettagliata, seguivano una denuncia da parte del Sig. D’Angelo nei confronti del gruppo di senegalesi ed un tentato sgombero forzato, cosí come il tentativo di mettere in ginocchio, tramite la segregazione, immobilizzazione e il taglio di risorse, un gruppo di persone che giá di per sé rappresenta una fascia debole nella societá (compreso un minore di solo un anno tutelato da leggi e normative). Non credo di dover aggiungere dei commenti o di dover esprimere un parere quando illustro una vicenda in cui dei ragazzi che vivono in una struttura da ormai un paio d’anni e che cooperavano con il Sig. D’Angelo, vengono improvvisamente accusati di occupazione abusiva e a cui vengono tagliati gli alimenti, staccata la corrente, non fornita piú l’acqua e chiusa la sala mensa e la cucina. Di quale giustizia sociale stiamo parlando? Ma ció che piú mi ha sconcertata é stato l’articolo pubblicato sul sito dell’ “Art Village” a gennaio 2015. In tale articolo mi ha particolarmente colpita l’affermazione in cui si accusavano con molta leggerezza Ange, Herve (Papa Latyr Faye) e Mbaye di essere stati responsabili dell’allontanamento dei richiedenti asilo da Casa Sankara, non motivando tali accuse e spostando l’attenzione da quello che é il reale problema in questa vicenda: in che modo potrá mai continuare e aver luogo in queste condizioni il progetto dell’ecovillaggio per l’inclusione sociale e lavorativa, un progetto che ha fatto sognare e sperare gli “abitanti” del ghetto di Rignano e tutti quegli immigrati lavoratori stagionali delle campagne meridionali? In che modo si potrá ancora aver fiducia in un progetto in cui avevano creduto in molti, terminato con una delusione colletiva? Di quanta forza necessiterá ancora il gruppo di senegalesi per portare a termine i propri obiettivi ricominciando tutto da zero e che giá da anni é impegnato e lotta in questo progetto per cambiare le proprie condizioni sociali e lavorative in Italia? Tuttavia, essendo l’unica testimone di quanto accaduto, mi piacerebbe fare chiarezza su alcuni punti. Ero personalmente presente durante il sopralluogo della Prefettura a Casa Sankara in seguito al quale venivano trasferiti i richiedenti asilo in un’altra struttura e aperta un’indagine che stabilirá di chi sono le “colpe”. Ho visto l’espressione di grande sorpresa sui volti dei funzionari della Prefettura quando, durante suddetto sopralluogo, sono venuti a conoscenza del fatto che la Cooperativa “L’Albero del Pane”, che doveva gestire l’accoglienza e a cui erano stati stanziati dei fondi statali, non era presente sul posto mentre il gruppo di senegalesi lavorava lí ormai da mesi senza contratti di lavoro. Ho notato il loro sconcerto dopo aver constatato la mancanza di servizi basilari che non poteva certamente fornire il gruppo di senegalesi dal momento che non disponeva dei fondi statali (quando parlo di servizi basilari intendo, ad esempio, un punto di primo soccorso e medicazione). Io, personalmente, tenderei ad interpretare i fatti in maniera differente e a porre il tutto in un contesto piú ampio che ha dimensione nazionale, senza dare colpe e fare affermazioni che non possono essere provate. Il sopralluogo della Prefettura avveniva in un momento di forte tensione a livello nazionale (dicembre 2104). Mi sembra che le parole di Salvatore Buzzi, presidente del consorzio di cooperative “Eriches”, intercettato nell’inchiesta “Mafia Capitale” di dicembre 2014 e gestore di molti luoghi di accoglienza a Roma, sintetizzano perfettamente lo stato delle cose: “si fanno piú soldi con gli immigrati che con il traffico di droga”. Nel dicembre 2014, in concomitanza ed in seguito a suddetta inchiesta, avvenivano numerose indagini nei confronti di gestori di strutture di accoglienza non adeguate (CARA, CSA) e sottoposte, fino ad allora, a scarsi controlli. In un tale clima di allarmismo nazionale ed essendo giá giunte alcune voci alla Prefettura di Foggia in seguito ad una visita dell’ ”OIM” (International Organization for Migration) a Casa Sankara agli inizi di dicembre, sono dunque sopraggiunti suddetti controlli. La mancanza di alcune regole base che soddisfano gli standard minimi di un centro di accoglienza e per le quali non si puó rendere responsabile il gruppo di senegalesi ha visto, a mio avviso, costretta la Prefettura, fino a quel momento ignara di quanto stava accadendo, ad allontanare i richiedenti asilo. In questo modo Casa Sankara si guadagnava la fama di uno dei tanti centri di accoglienza italiani in cui le vite umane diventano strumenti per il conseguimento di un profitto. Che delusione, pensai! Altre inverosimili accuse seguivano nel citato articolo sulle quali, tuttavia, non mi soffermeró considerando l’attuale evoluzione della vicenda riservandomi di parlarne, eventualmente, in sedi opportune. Mi piacerebbe, peró, richiamare l’attenzione su un ultimo aspetto contenuto nell’articolo. Per far ció torneró un pó indietro nel tempo. Mbaye ed Herve mi venivano presentati nell’aprile 2014 dal Sig. Tonino D’Angelo come due uomini coraggiosi e senza alcun timore che hanno deciso di dire basta ad una vita vissuta nell’ombra e nell’illegalitá, due vittime di un sistema malato, due uomini che hanno deciso di porre fine ad un’esistenza precaria, un’esistenza, o forse sopravvivenza, possibile solo grazie alla vendita di prodotti contraffatti, due uomini che hanno optato per una vita nella legalitá. Le stesse persone vengono oggi dipinte dallo stesso Sig. D’Angelo nell’articolo in questione ed in cui si parla ripetutamente di “amore per la veritá e per la Giustizia sociale”, come due persone che sono sempre e solo state venditrici di prodotti contraffatti, come due impostori che non meritano credibilitá alcuna. Stiamo parlando delle stesse persone che mi sono state presentane nel 2014. Com’é possibile assumere posizioni ed opinioni cosí differenti in soli pochi mesi? Come posso non pensare ad un atteggiamento che piú assomiglia ad uno strumento comunemente usato per creare luoghi comuni nei confronti degli immigrati: criminalizzarli o vittimizzarli oggettificando e strumentalizzando la loro esistenza, la loro condizione ed il loro essere immigrati a secondo delle esigenze e renderli, cosí, subordinati ad un gioco di potere materializzato nel dispositivo foucaultiano di Casa Sankara, diventata simbolo di legalitá ed illegalitá allo stesso tempo. Anche l’utilizzo mirato, e non costante in un breve arco di tempo, di concetti e parole nei confronti dei protagonisti di Casa Sankara sono lo specchio di un pensiero non stabile, che varia al variare delle esigenze. Stiamo parlando di persone che solo alcuni mesi fa erano vittime ed eroi allo stesso tempo ed oggi criminali. Ció che rimane di questa avventura é tanta amarezza e la consapevolezza che un gruppo di immigrati é stato ai miei occhi ancora una volta oggetto di strumentalizzazione sulla scia di un atteggiamento riscontrabile a livello europeo (ma non solamente). Mi domando perché tanto impegno nel buttare fango sull’immagine di un gruppo che é giá di per se socialmente debole e troppo spesso utilizzato per meri fini? Perché non aver dato dignitá a delle persone che hanno creduto in un ideale e che portano avanti, fino ad oggi, una lotta politica e sociale per il raggiungimento di un’inclusione lavorativa? Perché non aver retribuito delle persone che chiedevano 500€ mensili per un lavoro che li vedeva impegnati per quasi 24 ore al giorno? Non erano forse degni di veder riconosciuto il loro lavoro? O il tutto sarebbe dovuto avvenire sulla base del volontariato solo perché “ci sono alcune famiglie di italiani che non possono mangiare”? E dove sono le associazioni (Libera, CIGL, Flai CIGL) che avevano abbracciato e sostenuto “con gran forza” il progetto dell’ecovillaggio, dileguandosi quando la situazione iniziava a scottare? È sicuramente vero e certo che loro sono estranei alle questioni finanziarie nell’accoglienza ai richiedenti asilo. Ed é altrettanto vero che avevano abbracciato l’idea dell’ecovillaggio e non dell’accoglienza, ma si sta parlando di un gruppo di persone che denuncia di aver lavorato senza contratti di lavoro e retribuzioni. Perché non hanno fatto pressione per vederci piú chiaro, non é forse questo il loro compito? Ció che rimane di un sogno lungimirante sfumato nel nulla e di un progetto di ricerca mai iniziato sono molte domande e tanta amarezza. Cosa potrei mai pensare di questa esperienza? Le solite cose all’italiana? Quei comportamenti e avvenimenti che portano migliaia e migliaia di ragazzi a non credere al nostro paese e, dunque, ad espatriare? Allora dovrei pensare che é tutto vero quello che si racconta sull’Italia e sull’immigrazione in Italia? Proprio io che ho sempre rigettato i luoghi comuni e che avevo riposto le mie energie e speranze in questo progetto. Ho visto cadere molti gruppi e sgretolare molti movimenti composti da immigrati e richiedenti asilo in tutta Europa che lottavano per un sogno, che solo cercavano di difendere i loro diritti e questo esclusivamente perché alcuni interessi piú grandi di loro prendevano piede. Ma in Germania c’é un piccolo gruppo di donne (richiedenti asilo) molto coraggiose che son riuscite a spezzare le catene e urlare talmente forte da potersi svegliare dall’incubo e poter raggiungere alcuni dei loro obbiettivi. Mentre una mia cara conoscenza mi rammentava la storia di Davide e Golia. E, cosí, la lotta continua!

Elettra Griesi

Per approfondire:

https://www.facebook.com/pages/CASA-Sankara-Associazione-Ghetto-Out/907093699321951?fref=ts

L’Attacco e Casa Sankara_2015-01-17_Pape Diaw

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