9/10/1963 Un’altra strage , ricordando la strage del Vajont attraverso la figura di Tina Merlin

ARTICOLO DEL CORRIERE DELLE ALPI

Tina Merlin era nata nel 1926 a Trichiana (Belluno) da una famiglia contadina povera: la madre, sposata in seconde nozze, da bambina era stata cioda (lavorante agricola) in Trentino, il padre era anch’egli emigrante stagionale. Ultima di sei fratelli (più altri due del primo matrimonio della madre), aveva frequentato le scuole solo fino alla terza elementare, poi era dovuta andare a lavorare come “servetta” a Milano. Tutti i fratelli maschi erano morti, chi di pellagra, chi in incidenti nell’emigrazione, chi in guerra: Remo disperso in Russia, Toni, comandante di un battaglione partigiano, caduto negli ultimi giorni di combattimenti (medaglia d’argento al valor militare). Anche lei, a 17 anni, era stata staffetta nella stessa brigata del fratello.

Dopo la Resistenza, nel 1946 si era iscritta al Pci e nel 1951 era diventata corrispondente dell’Unità, grazie ad un concorso del giornale vinto con un racconto.
Si sposa con Aldo Sirena, già comandante di due brigate partigiane. Per tutti gli anni Cinquanta si occupa dei problemi della montagna veneta, soffocata da emigrazione, sottosviluppo, disoccupazione, spopolamento.
Sono anche gli anni della costruzione delle grandi dighe e dello strapotere della Sade, uno “stato nello stato” come, all’epoca, dicono in molti. I primi impianti idroelettrici erano sorti all’inizio del secolo, e già erano emersi i primi seri problemi. Durante il fascismo il potere pervasivo della Sade si era consolidato, con l’assorbimento delle altre minori società elettriche e la costruzione di un vero e proprio monopolio. Nel dopoguerra inizia la costruzione di una serie di dighe e di impianti, collegati fra loro per il completo sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti di montagna: Boite, Ansiei, Maè, Cordevole. E naturalmente Vajont.


 

Ovunque arriva, la Sade provoca problemi enormi. A Vallesella (Domegge) dove è in costruzione la diga di Centro Cadore, più di cento case rimangono lesionate, e la Sade si rifiuta di pagare i danni. In valle di Zoldo (diga di Pontesei) cade una grande frana. Sul Cismon (bacino del Brenta), dove si costruisce un altro lago artificiale ad Arsié, intere borgate vengono sommerse e gli abitanti fatti sloggiare. Ovunque i contadini vengono espropriati delle poche terre coltivabili nei fondovalle e costretti ad emigrare. Tina Merlin, in una serie di articoli per tutti gli anni ’50, ne dà notizia sull’Unità, unico giornale che se ne occupa.

E’ da questo lavoro che nasce il suo impegno sul Vajont. Un approdo, per così dire, naturale per chi di questi problemi si occupava ogni giorno. All’inizio racconta le proteste contro gli espropri forzosi per quattro lire, che costringe ad emigrare, unica strada che resta per vivere. Contro le prepotenze della Sade che arriva, fa da padrona, caccia i contadini della montagna dalle loro terre. Partecipa alle loro riunioni, scrive della decisione di costituirsi in consorzio “per la difesa e la rinascita della valle ertana”. Poi sorgono anche le preoccupazioni per la sicurezza dei paesi, delle quali dà puntuali resoconti.

Per iniziativa dei carabinieri viene denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Naturalmente, prima dei carabinieri si irrita la Sade. L’articolo è una cronaca sulla costituzione del consorzio: “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”. Al processo viene assolta con formula piena. Scrive il giudice Salvini che in quell’articolo non c’era nulla di falso né di tendenzioso. Quanto all’ordine pubblico, questo era già turbato dalla Sade, prima che ne scrivesse Tina Merlin. La giornalista si era limitata ad esercitare il diritto di cronaca. Decisive per la sua assoluzione sono le testimonianze degli ertani, che vanno a Milano a deporre e a mostrare le fotografie, e la prima grande frana di 800.000 metri cubi caduta nel frattempo. Nonostante l’assoluzione, nessuno si muove.

Ormai l’attenzione si sposta dagli espropri ai pericoli per la valle. Ne scrive ancora Tina Merlin: “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto”. Le informazioni sono dettagliate. L’articolo riferisce l’allarme degli abitanti di Erto, ma denuncia anche i rischi per la stessa Longarone. La fonte delle notizie, precise per l’epoca (solo successive indagini geologiche accresceranno la stima della frana incombente), non è nota. Tuttavia, in una intervista alla televisione francese nei giorni successivi al disastro, che poi rimase nascosta nei cassetti, Tina Merlin farà il nome di un geologo, Ervino Milli.

Fioccano in Parlamento interrogazioni soprattutto da parte del Pci, ma si muovono anche i deputati della Dc. Tutti sollevano il problema di cosa stia accadendo sul Vajont. Se ne occupa anche il consiglio provinciale di Belluno, a più riprese. Si riunisce perfino in seduta straordinaria per discutere sui danni provocati dalla Sade nelle valli dove sta costruendo le dighe, Vajont compreso. Una delegazione della giunta (Dc) viene mandata dal ministro. Risultati zero. Solo risposte rassicuranti. Del resto, per rispondere alle interpellanze il ministro chiede i dati al Consiglio superiore dei lavori pubblici, il quale ha solo le informazioni fornite dalla Sade stessa. Anche di tutto questo dibattito, anzi di queste accese polemiche, Tina Merlin scrive sul suo giornale. Inascoltata: perché è il giornale comunista, il giornale dell’opposizione. Nel clima plumbeo della guerra fredda non si può certo dare ragione ai comunisti. Anche i giornali sono schierati. Nessuno protesta – tranne il Pci – quando alla corrispondente dell’Unità viene impedito di entrare a manifestazioni pubbliche, o quando viene ostacolata nel suo lavoro in Tribunale, dove è mal vista e osteggiata.

“I soprusi, le prepotenze della società elettrica erano, come si dice, il pane quotidiano di ogni giornalista che avesse voluto parlare di ciò che stava a cuore ai montanari di queste vallate”, scrisse in seguito. “Chiunque facesse questo mestiere avrebbe potuto scrivere le stesse cose”. E ancora. “Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui”.

Certo, non le mandava a dire. Caparbia e decisa, come lo era stata durante la Resistenza, per nulla propensa ai compromessi sulle questioni di principio, non esitava a scontrarsi anche con i suoi stessi compagni di partito. Alla Resistenza si richiamava spesso, in una sempre affermata continuità con l’impegno quotidiano: una esperienza formativa indelebile, e una scelta di vita alla quale richiamarsi anche nel lavoro di cronista. I contadini di Erto, o gli emigranti della montagna erano la “sua” gente: la gente con la quale era nata e con la quale aveva fatto la staffetta partigiana, gente che non aveva potere, non aveva giornali, non aveva voce, e alla quale cercava di dare voce. Occuparsi del Vajont, scrisse, era continuare a fare quello che aveva sempre fatto anche nella Resistenza: stare dalla parte dei deboli e opporsi alle ingiustizie.

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L’autore è figlio di Tina Merlin

Le foto allegate a questo articolo sono dell’Associazione Tina Merlin

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