4 ottobre 2013 Lampedusa.

Il cielo è cupo come l’umore degli isolani, come i giorni che stiamo vivendo, come le acque ricoperte di gasolio, in cui ieri abbiamo visto galleggiare scarpe e pezzi di barca. Oggi, come associazione ASKAVUSA, chiediamo che i migranti possano partecipare con noi alla commemorazione dei morti di ieri; lo chiediamo alle autorità regionali e locali, che però ci dicono non hanno potere su questo; lo chiediamo a diversi operatori davanti al centro da dove decidiamo di partire per la fiaccolata ma nessuno sa darci risposta. «È la prefettura che deve autorizzare queste cose», ci dice qualcuno. Lo sappiamo. Solo non pensavamo che anche oggi, anche in questa occasione, ai migranti non sarebbe stato possibile partecipare alla fiaccolata; fa eccezione qualcuno di loro, che esce dal buco della recinzione.

Davanti al centro ci sono con noi gli amici che ieri mattina hanno salvato tante vite umane, loro avevano chiesto di potere riabbracciare le persone che avevano tolto dalle acque, ma oggi gli è stato negato, forse domani.

Oggi a Crocetta in conferenza stampa chiediamo come si possano da un lato piangere i morti di questo terribile naufragio, parlare di diritti umani, di integrazione etc e poi dall’altro permettere la costruzione del MUOS, un sistema che permetterebbe, tra le altre cose, il comando dei droni e che ha conseguenze terrificanti sulla salute dei siciliani; come si possa da un lato parlare di accoglienza e dall’altro comprare gli F 35: visto che la maggior parte dei migranti che arrivano su quest’isola scappano da guerre, non sarebbe il caso di eliminare il male alla radice ?

Anche stavolta Crocetta ci dice che lui non ha potere su questo, che ha provato a fare qualcosa e che è contro il MUOS. Io posso anche crederci, sarà sicuramente così, ma questo è ancora peggio: le sue parole confermano la nostra assoluta sudditanza in materia di politica militare nei confronti degli USA. Siamo di fatto una colonia americana.

Ieri quando venivano messi in fila quei cadaveri sul molo, ad uno ad uno, un sentimento di rabbia e dolore saliva fino alla testa. Tutti noi lampedusani abbiamo avuto come un trauma collettivo, il sindaco Giusi Nicolini invitava Letta a venire a contare i morti insieme a lei che per ore è stata sul molo Favaloro a seguire le operazioni. Ed oggi, a sapere che i superstiti si trovano in un centro sovraffollato, che sono più di mille (quando il centro di Imbriacola ne può contenere 350), la rabbia continua a stare nei nostri corpi, come un motivo di fondo. Il direttore del centro dà i numeri: 679 uomini, 119 donne, 178 minori accompagnati, 99 minori non accompagnati; questi numeri tu li hai sotto gli occhi, dietro le sbarre, questi numeri hanno facce, gambe, mani, questi numeri hanno corpi che pulsano di vita, hanno voglia di vita, nonostante le condizioni. E quando vedi come tutto questo strida, la rabbia aumenta e vorresti riuscire ad essere utile, a fare qualcosa di concreto, ma restiamo impotenti.

Allora mi chiedo, impotenti sono le istituzioni locali e regionali, impotenti sono gli attivisti, impotenti i migranti, ma questo potere chi lo esercita ? I ministri ? A quanto pare neanche loro, perché si appellano all’Europa e l’Europa però dice che è l’Italia ad essere la prima responsabile. Insomma nessuno ha colpe, vuoi vedere che la colpa l’hanno i pescatori ? Vuoi vedere che la colpa l’avrà qualche scafista brutto sporco e cattivo e tra l’altro anche tunisino ? Vuoi vedere che la colpa alla fine ce l’hanno loro che potevano starsene a casa loro. Ora il buio della notte è invaso di luci, la popolazione ha aderito compatta al lutto cittadino e alla fiaccolata, nessuno può più sopportare queste politiche, sentire nuovamente dai nostri governanti che la soluzione è l’intensificazione dei controlli nelle coste nordafricane, che tradotto significa respingimenti. Vengono i brividi, non parlano di corridoio umanitario, non parlano di fare un piano unico sull’accoglienza con tutti i paesi europei, non parlano di rifare una legge sull’immigrazione che non criminalizzi i migranti e chi li vuole aiutare, non parlano di smilitarizzare il paese, no, parlano di respingimenti, di repressione, di militarizzazione del mediterraneo. E qui la rabbia può cominciare a diventare distruttiva, dobbiamo provare a calmarci, a riprenderci la lucidità, in qualche maniera.

Di colpo, mentre salgo le scale di casa, mi vengono in mente queste fiaccole nella notte e mi viene in mente la lampada ad olio che era sempre accesa nel santuario della Madonna di Porto Salvo di Lampedusa: una lampada alimentata sia dai cristiani che dai musulmani, che in quel luogo pregavano insieme. Qualcuno dice che il nome “Lampedusa” derivi proprio da quella lampada, altri invece sostengono che sia dovuto ai fuochi accesi sulla costa dell’isola per i naviganti. Ed è inevitabile ripensare al fuoco acceso dai migranti sulla barca che aveva cominciato ad imbarcare acqua, nel tentativo di farsi vedere. Questo fuoco che ritorna a Lampedusa, come il fuoco degli incendi del centro nel 2009 e nel 2011, come la tradizione molto sentita di accendere dei grossi fuochi per San Bartolomeo, ricordate il finale del film Respiro? Questo fuoco che ritorna qui, in questo scoglio, e forse è la chiave: quella Lampada ad olio va riaccesa, la preghiera di questa sera deve farsi universale, deve unire i popoli, le religioni, deve diventare il simbolo di una comunanza degli ultimi, degli oppressi e degli sfruttati e non la voce ipocrita e colpevole dei potenti.

Giacomo Sferlazzo Askavusa

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