Lampedusa: un’isola da Nobel

Riceviamo e pubblichiamo con molto piacere il reportage dell’amico e sostenitore di vecchia data (ha curato diverse mostre proposte durante il Festival in questi anni, per dirne una) Gianpiero Caldarella, pubblicato su L’Obiettivo, quindicinale edito a Castelbuono, n.12 del 15 agosto 2013.

Il 18 luglio, giorno del mio arrivo a Lampedusa, i pellegrini avevano già lasciato l’isola. Papa Francesco era andato via da soli 10 giorni e ancora nell’isola tanti balconi erano tappezzati con gli striscioni di benvenuto a questo Papa che è giunto nel pezzo di terra più a sud d’Europa per incontrare i migranti e lavare loro i piedi. Un’ulteriore dimostrazione che il nuovo Pontefice sta cercando di affrontare vecchi problemi con nuovi metodi. E si sa bene che in Italia, quando si muove il Vaticano, non si può restare indifferenti. Se lo dice lui, che è infallibile, allora c’è da convincersi che siamo veramente tutti più buoni. Il 2013 non è un anno come gli altri. Per capirlo, basta fare un salto indietro con la memoria e ritornare agli anni passati.
Nel 2012 Lampedusa era piena di turisti ma i migranti non venivano “scaricati” sull’isola. In quell’anno è bastata una firma su un pezzo di carta e la certificazione del governo che quello di Lampedusa fosse un “porto non sicuro”.
Nel 2011, anno della primavera araba, sull’isola arrivarono di colpo migliaia di migranti costretti a restare lì per mesi, dormendo in tende improvvisate su quella che fu definita la “collina della vergogna”, mangiando quello che gli si offriva o che trovavano, facendo i bisogni in strada e in una situazione di totale abbandono da parte delle istituzioni. Abbandono che riguardava anche i 5-6mila lampedusani, che in un certo momento sull’isola si ritrovarono ad essere meno dei migranti. In quell’anno i turisti furono pochissimi, le disdette tante e i lampedusani incazzatissimi. Le promesse di Berlusconi di un’attenzione particolare per Lampedusa, di un piano colore e di una sua residenza nell’isola si rivelarono vane. Adesso qualcuno, cioè l’imprenditore Salvatore Palillo, lo ha invitato a trascorrere nell’isola il suo periodo di “pena” e per questo ha costituito un comitato. Non so in quanti saranno d’accordo. Certo, gli striscioni di benvenuto a Berlusconi accanto a quelli di Papa Bergoglio proprio non ce li vedo. Ma in Italia, si sa, tutto è possibile.
Tornando alla nostra piccola storia, nel 2010 nell’isola c’era ancora il CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) e i migranti potevano esser visti solo al vecchio porto, al momento del trasferimento a terra dalle navi della capitaneria. Per il resto, i tanti turisti dividevano il tempo fra il mare, gli alberghi e lo struscio serale in via Roma mentre i migranti, adulti e minori, passavano settimane o mesi nelle gabbie a cielo aperto dove il sole picchia potente, in condizioni di sovraffollamento e di forte tensione. Il 2009 non era diverso dal 2010.
Ecco, tutto questo è stata Lampedusa. Quest’anno invece è cambiata qualcosa. Il risultato è che l’isola era strapiena di turisti ma che in mezzo a questi turisti, andati via i pellegrini, si muovevano i migranti che quest’anno avevano facoltà di girare liberamente. Sì perché, tra le novità c’è il fatto che l’ex-Cie, che conserva ancora i segni dell’incendio del 2011, è intanto diventato un Centro di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) e quindi coloro che vi sono “ospitati” non sono considerati dei reclusi. Possono uscire ma a una condizione, cioè “all’italiana”: c’è un buco nella recinzione, i migranti passano di là e nessuno ha visto niente.
È venuto il Papa, dicevamo, ma è anche cambiato il Governo, non c’è più un partito come la Lega che “sull’immigrazione ci ha marciato”, secondo quanto ammesso dallo stesso Roberto Maroni qualche tempo fa. E assieme a lui è venuto a mancare anche l’avamposto leghista che era nato a Lampedusa grazie alla ex-senatrice (ed ex-vicesindaco) Angela Maraventano.
Inoltre a Lampedusa è cambiato anche il Sindaco, non c’è più Dino De Rubeis, il “sindaco buono” tanto caro alle strategie del centrodestra berlusconiano. Purtroppo per lui, proprio il giorno della mia partenza da Lampedusa, il 24 luglio, è stata diffusa la notizia della sua condanna in primo grado inflitta dal Tribunale di Agrigento a 5 anni e 3 mesi di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per corruzione, induzione alla concussione ed abuso d’ufficio. Adesso il nuovo sindaco è Giusi Nicolini, una donna che conosce l’isola e che ha diretto per molti anni la riserva naturale di cui fa parte l’Isola dei Conigli e che è fortemente determinata a dare una svolta a quest’isola, in termini di buona amministrazione e di crescita culturale.
Una cosa che è invece rimasta come appuntamento fisso da cinque anni è il “Lampedusa in Festival”, che permette a turisti, lampedusani e pubblico “ad hoc” di confrontarsi con il meglio della produzione internazionale di documentari sul tema immigrazione. Un piccolo festival organizzato dall’Associazione Askavusa di Lampedusa, animata da diversi giovani da Lampedusa, come l’artista e cantautore Giacomo Sferlazzo, la superattiva Annalisa D’Ancona, lo stilista Pier D’Aietti e tanti altri che in questi anni hanno resistito ad una strategia politico culturale che cercava di scaricare sugli ultimi, cioè sui migranti, le colpe di una mancanza di riflessione e di soluzione “umana” della questione migrazione. In più hanno sempre organizzato il festival senza finanziamenti pubblici, resistendo alle tentazioni di contaminarsi con ciò che è ambiguo. Tutto questo è stato possibile grazie ad Askavusa, alle Rete del Caffè Sospeso e dei Comuni Solidali che hanno sostenuto con piccole somme il progetto, ma soprattutto grazie al contributo di decine di volontari che da ogni parte d’Italia e d’Europa sono sempre accorsi considerando quell’appuntamento come irrinunciabile per ciò che è capace di restituire in termini di crescita personale e di incontro con l’altro. Quest’anno per la prima volta, il comune, guidato da Giusi Nicolini, ha dato un contributo che servirà a pagare alcuni dei biglietti degli ospiti che sono arrivati a Lampedusa. Non solo documentaristi, ma anche scrittori o uomini di teatro, studiosi del fenomeno migrazione, socilogi, antropologi, giuristi e attivisti. Il livello del Festival negli anni è cresciuto parecchio, come si può vedere anche da tutti gli appuntamenti che erano in programma, sul sito http://www.lampedusainfestival.com.  Le persone venute apposta a Lampedusa per seguire il festival quest’anno superavano di gran lunga il centinaio, oltre ai volontari e agli ospiti. Anche questo è stato un segnale positivo per l’economia dell’isola. Le proiezioni in Piazza Castello sono state seguitissime, tanto che a volte gli spettatori che non trovavano posto e restavano in piedi a seguire spettacoli o proiezioni si contavano a decine.
Certo, piccoli numeri rispetto al ben più noto ‘O scià organizzato da Claudio Baglioni a fine estate da ormai dieci anni. Non ci sono le grandi star della musica né il mojito solidale, ma è anche vero che è lo stile a fare la differenza. Il festival organizzato dall’Associazione Askavusa non è mai costato un soldo ai contribuenti (con l’eccezione di una piccola somma, credo 5mila euro, data quest’anno dal Comune) mentre ‘O scià costa qualche milione di euro ad edizione. E dato che siamo in crisi, quest’anno niente contributo della regione e niente ‘O scià. Un altro piccolo grande amore che si spezza.
Intanto chi ha potuto godersi il Lampedusa in Festival avrà sicuramente avuto occasione di riflettere guardando il film “Vol spécial” di Fernad Melgar, primo classificato tra i film in concorso che offre uno spaccato della questione emigrazione (condita da detenzione, catene e rimpatri) nella civilissima Svizzera. Secondo classificato è stato “Il limite” di Rossella Schillaci che racconta la vita di un equipaggio multiculturale di un peschereccio e il terzo posto è andato a Marcela Zamora con il suo film “Marìa en tierra de nadie” che racconta storie di donne migranti in cammino dall’America centrale verso gli Stati Uniti. Da sottolineare il fatto che anche quest’anno la giuria del Festival era composta da migranti che risiedono regolarmente in Italia, a sottolineare come in questa rassegna i migranti non siano oggetto del discorso, ma soggetti della narrazione e responsabili di scelte condivise. Non a caso il sindaco Giusi Nicolini ha annunciato anche il conferimento della cittadinanza onoraria a Dagmawi Yimer, regista etiope sbarcato a Lampedusa nel 2006 e oggi stabilmente inserito in Italia e di fondamentale importanza nell’organizzazione del Festival. Molto bella è stata anche la mostra di fumetti e illustrazioni curata da Kanjano dal titolo “Sostiene Sankara”, dedicata al rivoluzionario presidente del Burkina Faso ucciso nel 1987. Uno dei grandi della storia la cui vita andrebbe assolutamente conosciuta e che è possibile ripercorrere attraverso il bel documentario “Sankara…e quel giorno uccisero la felicità” di Silvestro Montanaro, trasmesso dalla Rai meno di un anno fa e ancora rintracciabile in streaming. Ci sarebbe anche molto di bello da dire sugli interventi di Mohamed Ba, di Ubah Cristina Ali Farah, di Giacomo Sferlazzo, di Ian Chambers, di Matilde Politi con il suo cunto e musica contro il Muos, oltre che della mostra “Lampedusa porta della vita”, organizzata da “Colors Revolution” e “Città vicine”.
Il punto forte della manifestazione è stato però la presentazione del primo nucleo di opere del Museo delle Migrazioni, allestita nei locali dell’Area Marina Protetta, accanto al municipio. Un lavoro titanico nato dall’intuizione di Askavusa che ha iniziato a recuperare oggetti dai barconi destinati al macero e che ha coinvolto in questi anni diversi soggetti (come l’Archivio Memorie Migranti, l’Associazione Isole, la Recosol, il centro di Restauro della Biblioteca Regionale, l’appena scomparso professore Giuseppe Basile, ed altri ancora) che stanno lavorando per trasformare la memoria di quanto è avvenuto e sta accadendo nel Mediterraneo in un’eredità per quelli che verranno dopo di noi. Un po’ come è stato per il museo di Ellis Island per tanti italiani o figli o nipoti che hanno voluto ripercorrere le tracce di coloro che li hanno “portati” fin dove si trovano oggi.
Ma Lampedusa, dicevamo, non è solo migrazione e quindi c’è stato un appuntamento fra amministratori virtuosi di comuni situati in contesti difficili, dalla Val di Susa alla provincia di Caserta, alla cintura di Milano a Lampedusa. Esperienze a confronto, per cercare di capire come fare di più e meglio, “soprattutto in questo periodo in cui non ci sono risorse, ma siamo noi le risorse”. Il sindaco Nicolini ha parlato del rapporto conflittuale con l’Ato che incassava 2.800.000 mila euro dal Comune senza effettuare il 50% delle prestazioni, come la raccolta differenziata, la pulizia dei cimiteri o la raccolta domenicale e come hanno cercato in tutti i modi, anche con l’appoggio della stampa, di spingerla a firmare un contratto capestro per gli abitanti di Lampedusa, scaricando sulle loro tasche anche i debiti di altre amministrazioni. Condizioni spesso esasperanti che inducono il sindaco ad affermare: “dicono che a Lampedusa la mafia non c’è, ma ditemi cos’è questa, se non si ricorre ad omicidi o armi è perché non ce n’è bisogno”. Aria di cambiamento, senza dubbio.
Per concludere questo lungo reportage su Lampedusa, è arrivato il momento di parlare di una protesta che ha incrociato casualmente il Lampedusa in Festival. Mi riferisco al corteo e alla permanenza per due giorni nella piazza davanti alla chiesa di qualche centinaio di uomini, donne e ragazzi eritrei. In piena stagione turistica un fatto come questo avrebbe potuto scatenare un putiferio, eccitando le fantasie di una ristretta frangia di lampedusani e operatori commerciali che non vedono di buon occhio i migranti. Una protesta pacifica, condita di slogan e preghiere di musulmani e cristiani copti. Una protesta che è stata ben gestita dalla polizia e che rientrata grazie anche all’intervento del sindaco e del parroco, Don Stefano. Una protesta ordinata e pacifica che alcuni quotidiani online hanno dipinto come una rivolta, rischiando di creare una reazione mediatica a cascata. Una protesta che Lampedusa ha saputo gestire bene e che i volontari di Askavusa hanno seguito passo passo per prevenire qualunque forma di tensione. Una protesta che nasceva dalla richiesta di questi ragazzi eritrei, tutti quanti in diritto di richiedere l’asilo politico, di non essere identificati per non essere costretti a fermarsi in Italia.
Loro sapevano già prima di partire in che situazione di crisi si trova l’Italia. Ho pensato subito al lavoro delle agenzie di rating, come Standard & Poor’s. Hanno di fatto certificato il declassamento dell’Italia, che non vale solo per gli investitori stranieri (chissà perché non si dice gli “investitori migranti”) ma anche per le persone che vengono da un altro paese. Se non ci abbiamo perso del tutto la faccia è solo perché a Lampedusa dovrebbero dare la tripla A per come è stata gestita la situazione. O in alternativa il Nobel per la pace, così come proposto dal quotidiano Avvenire e come rilanciato dalla stampa estera svedese. Con buona pace del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. O alla facciazza sua, per dirla in bergamasco.

Gianpiero Caldarella

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